La trattazione di “giochi e scommesse” capovolge l’impostazione tradizionale – pur legittimata dal tenore letterale del c.c. – che vede nella «mancanza di azione» sancita dall’art. 1933 c.c. la regola generale in materia e nell’azionabilità di scommesse e giochi «sportivi» una mera eccezione. Evidenziata la lunga serie di aporie che caratterizzano la configurazione dei debiti di gioco come obbligazioni naturali (p. 3-32), si muove dall’analisi dei “contratti tutelati” (individuando in gioco e scommessa due sottotipi di una figura unitaria), di cui si analizzano partitamente la causa (articolata in causa ludendi e causa lucrandi e al cui interno vengono ricondotti sia il complesso profilo dell’alea, sia il limite normativo della eccessività della posta: p. 33-63); il contenuto (al cui interno vengono ricondotte le “regole del gioco” e individuate specifiche esigenze, segnate dall’obbligo di correttezza e dal divieto normativo di frode: p. 63-77); la forma (di principio, libera) e l’accordo (operando una fondamentale distinzione tra contratti bi- e plurilaterali e ponendo in luce l’emersione di due modalità di stipulazione: consensuale e reale: p. 78-88). La disciplina, movendo dalle scarne indicazioni normative, viene poi ricostruita attorno a tre poli o figure generali: giochi e scommesse occasionali, scommesse e giochi organizzati, scommesse e giochi proibiti. Giochi e scommesse occasionali – nei quali si pone in evidenza l’ampia facoltà di recesso – vengono distinti a loro volta in contratti consensuali e contratti reali: tra i primi vengono annoverati i contratti che attengono a eventi “sportivi”, indagando le ragioni della loro piena tutela, ma altresì verificando il ruolo che vi assumono specifiche esigenze della figura: doveri di protezione, obbligo di correttezza, limite della posta “non eccessiva”, tutela delle ragioni dei terzi (p. 88-106). Quanto a scommesse e giochi non sportivi, si esplora la possibilità di configurarli come veri e propri contratti: a stipulazione consensuale e a conferma reale. Il pagamento spontaneo dopo l’esito del gioco cioè viene configurato quale atto negoziale di “conferma reale”, al cui interno trovano appagante collocazione disposizioni normative e orientamenti dottrinali altrimenti inspiegabili, e in particolare le diverse modalità di adempimento comunemente ammesse e le complesse questioni relative ai contratti collegati al gioco (p. 106-152). Si esaminano poi le scommesse e i giochi organizzati, trattando separatamente le case da gioco, le scommesse pubbliche e le manifestazioni a premio, ivi trovando esplicita conferma legislativa della (ammissibilità e congruità della) configurazione dei giochi non sportivi come contratti “reali”. Delle case da gioco si analizza in particolare la dubbia legittimità normativa (fondate come sono su decreti ministeriali in palese contrasto con inequivoche norme legislative) e i contratti collegati al gioco; delle seconde si esaminano le diverse tipologie alla luce dell’analitica disciplina speciale; per entrambe, si vagliano specificamente i regolamenti di gioco alla luce della normativa sulle condizioni generali di contratto e sui contratti del consumatore (p. 153-226). Conclude la trattazione una breve disamina civilistica di scommesse e giochi proibiti (p. 227-242). Quanto alle rendite, la trattazione muove da una analisi critica della configurazione corrente del “rapporto di rendita”, sia perpetua sia vitalizia, come rapporto tipico e unitario, rilevando che le numerose tipologie disciplinate dalla legge evidenziano già a un primo approccio nette differenziazioni sotto l’aspetto strutturale e sotto il profilo funzionale, e rinviando all’analisi specifica la verifica dell’assunto (p. 243-266). Le rendite perpetue (p. 267-316) sono esaminate anzitutto sotto il profilo delle diverse tipologie (distinguendosi in particolare rendita fondiaria, rendita semplice e altre figure di prestazioni perpetue) e in base alle diverse, possibili fonti (contratti onerosi e contratti gratuiti, rendite-onere e donazioni di rendita) e analizzando il ruolo della garanzia ipotecaria. Sotto il profilo del rapporto, si analizzano, collegandole, la perpetuità e la periodicità della prestazione, il suo oggetto e la trasmissibilità soggettiva, la ricognizione periodica. Vengono trattate infine le vicende del rapporto di rendita, esaminando partitamente le possibili anomalie della fonte e lo scioglimento del rapporto, con particolare, specifica trattazione del riscatto (e delle sue interrelazioni con la risoluzione), che viene ricondotto alla figura generale del recesso. Sembra da ritenere, invero, che il riscatto svolga qui due peculiari funzioni: una funzione “penitenziale”, di rideterminazione dell’interesse al rapporto, e una funzione impugnatoria o di autotutela a fronte di diverse “sopravvenienze” (conforme alle acquisizioni della più recente dottrina in tema di recesso). Specifica attenzione è dedicata altresì all’aspetto economico del riscatto che, operando in base alla capitalizzazione della rendita annua al tasso legale, comporta pesanti ricadute patrimoniali sulle parti. Le rendite vitalizie (p. 317-391) sono collocate nel quadro di un’ampia ricognizione delle numerose tipologie di rendite temporanee esistenti: rendite alimentari e vitalizi di mantenimento, contratti di assistenza personale e assegno al coniuge superstite, legato di alimenti e assegno ai figli non riconoscibili, legati di prestazioni personali e via elencando. Analizzate le diverse fonti delle rendite (e in particolare i contratti onerosi e i negozi gratuiti, le rendite-onere e le attribuzioni dirette), si esamina il complesso e discusso problema del carattere aleatorio delle rendite vitalizie, escludendo, in conclusione, che esso rappresenti estremo indefettibile o necessario in una numerosa serie di ipotesi. Il rapporto in senso stretto è visto in particolare nella dialettica tra svolgimento diacronico del rapporto stesso e periodicità della prestazione, “tempo della rendita” e «vita contemplata». Quanto alle vicende, viene dedicata specifica attenzione alla risoluzione per impossibilità sopravvenuta e soprattutto alla controversa questione della tutela del vitaliziato a fronte dell’inadempimento del vitaliziante e, così, dei modi e limiti di ammissibilità di una risoluzione.

Giuoco, scommessa, rendite, in Trattato di Diritto civile, diretto da R. Sacco, vol 8

PARADISO, Massimo
2006

Abstract

La trattazione di “giochi e scommesse” capovolge l’impostazione tradizionale – pur legittimata dal tenore letterale del c.c. – che vede nella «mancanza di azione» sancita dall’art. 1933 c.c. la regola generale in materia e nell’azionabilità di scommesse e giochi «sportivi» una mera eccezione. Evidenziata la lunga serie di aporie che caratterizzano la configurazione dei debiti di gioco come obbligazioni naturali (p. 3-32), si muove dall’analisi dei “contratti tutelati” (individuando in gioco e scommessa due sottotipi di una figura unitaria), di cui si analizzano partitamente la causa (articolata in causa ludendi e causa lucrandi e al cui interno vengono ricondotti sia il complesso profilo dell’alea, sia il limite normativo della eccessività della posta: p. 33-63); il contenuto (al cui interno vengono ricondotte le “regole del gioco” e individuate specifiche esigenze, segnate dall’obbligo di correttezza e dal divieto normativo di frode: p. 63-77); la forma (di principio, libera) e l’accordo (operando una fondamentale distinzione tra contratti bi- e plurilaterali e ponendo in luce l’emersione di due modalità di stipulazione: consensuale e reale: p. 78-88). La disciplina, movendo dalle scarne indicazioni normative, viene poi ricostruita attorno a tre poli o figure generali: giochi e scommesse occasionali, scommesse e giochi organizzati, scommesse e giochi proibiti. Giochi e scommesse occasionali – nei quali si pone in evidenza l’ampia facoltà di recesso – vengono distinti a loro volta in contratti consensuali e contratti reali: tra i primi vengono annoverati i contratti che attengono a eventi “sportivi”, indagando le ragioni della loro piena tutela, ma altresì verificando il ruolo che vi assumono specifiche esigenze della figura: doveri di protezione, obbligo di correttezza, limite della posta “non eccessiva”, tutela delle ragioni dei terzi (p. 88-106). Quanto a scommesse e giochi non sportivi, si esplora la possibilità di configurarli come veri e propri contratti: a stipulazione consensuale e a conferma reale. Il pagamento spontaneo dopo l’esito del gioco cioè viene configurato quale atto negoziale di “conferma reale”, al cui interno trovano appagante collocazione disposizioni normative e orientamenti dottrinali altrimenti inspiegabili, e in particolare le diverse modalità di adempimento comunemente ammesse e le complesse questioni relative ai contratti collegati al gioco (p. 106-152). Si esaminano poi le scommesse e i giochi organizzati, trattando separatamente le case da gioco, le scommesse pubbliche e le manifestazioni a premio, ivi trovando esplicita conferma legislativa della (ammissibilità e congruità della) configurazione dei giochi non sportivi come contratti “reali”. Delle case da gioco si analizza in particolare la dubbia legittimità normativa (fondate come sono su decreti ministeriali in palese contrasto con inequivoche norme legislative) e i contratti collegati al gioco; delle seconde si esaminano le diverse tipologie alla luce dell’analitica disciplina speciale; per entrambe, si vagliano specificamente i regolamenti di gioco alla luce della normativa sulle condizioni generali di contratto e sui contratti del consumatore (p. 153-226). Conclude la trattazione una breve disamina civilistica di scommesse e giochi proibiti (p. 227-242). Quanto alle rendite, la trattazione muove da una analisi critica della configurazione corrente del “rapporto di rendita”, sia perpetua sia vitalizia, come rapporto tipico e unitario, rilevando che le numerose tipologie disciplinate dalla legge evidenziano già a un primo approccio nette differenziazioni sotto l’aspetto strutturale e sotto il profilo funzionale, e rinviando all’analisi specifica la verifica dell’assunto (p. 243-266). Le rendite perpetue (p. 267-316) sono esaminate anzitutto sotto il profilo delle diverse tipologie (distinguendosi in particolare rendita fondiaria, rendita semplice e altre figure di prestazioni perpetue) e in base alle diverse, possibili fonti (contratti onerosi e contratti gratuiti, rendite-onere e donazioni di rendita) e analizzando il ruolo della garanzia ipotecaria. Sotto il profilo del rapporto, si analizzano, collegandole, la perpetuità e la periodicità della prestazione, il suo oggetto e la trasmissibilità soggettiva, la ricognizione periodica. Vengono trattate infine le vicende del rapporto di rendita, esaminando partitamente le possibili anomalie della fonte e lo scioglimento del rapporto, con particolare, specifica trattazione del riscatto (e delle sue interrelazioni con la risoluzione), che viene ricondotto alla figura generale del recesso. Sembra da ritenere, invero, che il riscatto svolga qui due peculiari funzioni: una funzione “penitenziale”, di rideterminazione dell’interesse al rapporto, e una funzione impugnatoria o di autotutela a fronte di diverse “sopravvenienze” (conforme alle acquisizioni della più recente dottrina in tema di recesso). Specifica attenzione è dedicata altresì all’aspetto economico del riscatto che, operando in base alla capitalizzazione della rendita annua al tasso legale, comporta pesanti ricadute patrimoniali sulle parti. Le rendite vitalizie (p. 317-391) sono collocate nel quadro di un’ampia ricognizione delle numerose tipologie di rendite temporanee esistenti: rendite alimentari e vitalizi di mantenimento, contratti di assistenza personale e assegno al coniuge superstite, legato di alimenti e assegno ai figli non riconoscibili, legati di prestazioni personali e via elencando. Analizzate le diverse fonti delle rendite (e in particolare i contratti onerosi e i negozi gratuiti, le rendite-onere e le attribuzioni dirette), si esamina il complesso e discusso problema del carattere aleatorio delle rendite vitalizie, escludendo, in conclusione, che esso rappresenti estremo indefettibile o necessario in una numerosa serie di ipotesi. Il rapporto in senso stretto è visto in particolare nella dialettica tra svolgimento diacronico del rapporto stesso e periodicità della prestazione, “tempo della rendita” e «vita contemplata». Quanto alle vicende, viene dedicata specifica attenzione alla risoluzione per impossibilità sopravvenuta e soprattutto alla controversa questione della tutela del vitaliziato a fronte dell’inadempimento del vitaliziante e, così, dei modi e limiti di ammissibilità di una risoluzione.
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