L’informe ed anche il deforme1 traspaiono con evidenza sin dalle tematiche della decostruzione nelle ricerche contemporanee: quella stessa “operazione del distruggere, del separare, del disintegrare”, che – scriveva Tafuri2 – “è sempre alle origini dell’atto critico” (e quindi progettuale, dal momento che ogni progetto è in sè atto critico), è stata ribaltata in fi nalità, dichiarazione dell’impossibilità di racchiudere un universo troppo complesso e contraddittorio, non solo in forme chiuse, univoche e defi nitive, ma anche semplicemente in-forma: La decomposizione, o meglio decostruzione, che è sempre stata pensata come l’atto iniziale del progetto architettonico, è, in questa prospettiva, invece l’esito parziale del progetto stesso. 3 Questa osservazione di Franco Rella, conferma, a ben vedere, l’appartenenza dell’idea decostruttiva alla cultura moderna: non siamo certi che la decostruzione sia sempre stata pensata “come l’atto iniziale del progetto architettonico”, possiamo però aff ermare che questo principio vale – ed è esplicito nella codifi cazione del classicismo di Durand – a partire dalla crisi illuminista, cioè dal momento in cui ha origine l’arte moderna. Come teorico della decomposizione e, suo malgrado9, architetto della decostruzione, Peter Eisenman ha costruito, nella trentennale attività che va dal suo esordio ai primi anni novanta, un corpus teorico e progettuale che, per diverse ragioni, sembra costituire il campo ideale per la nostra indagine: innanzitutto perché la sua opera, nella sua molteplicità, nei suoi instancabili cambiamenti di rotta, sembra costituire essa stessa una metafora di un processo di autoframmentazione che rifi uta di farsi rinchiudere entro una forma univoca o prevedibile; poi per l’ostinata razionalità del metodo, per il suo off rirsi a oltranza “in forma didattica”10 strutturando di fatto vere e proprie teorie della composizione. Infi ne, per il privilegio attribuito – e non solo nei primi lavori ma, riteniamo, per tutto il ciclo considerato – alla dimensione sintattica dell’architettura. Le note che seguono sono articolate in tre capitoli: nel primo (in relazione appunto al ciclo delle ‘Houses’) si tratta delle operazioni di ‘svuotamento semantico’ e della ridondanza sintattica che ne deriva; nel secondo si puntualizzano i termini del rapporto dialettico tra ‘fi gura’ e ‘frammento’ nella composizione moderna; nella terza parte infifi ne si propone una lettura del lavoro di Eisenman come ‘estensione al limite’ dei postulati della composizione moderna, tentando di estrarre dalla questione dell’informe alcune categorie utili alla defifi nizione delle strutture ‘de/compositive’. Il secondo capitolo di questo saggio – La composizione moderna e la crisi del frammento – si è reso necessario come individuazione dei punti di riferimento storico-critici, a partire dalla codifi cazione del classicismo di Durand, su cui è fondato il discorso. Il primo ed il terzo capitolo – Formalismi e Testualità – trattano specifi camente dell’opera progettuale e teorica di Eisenman nel trentennio 1960/1990; essi sono riferiti approssimativamente a quelle che riteniamo le due principali fasi del suo lavoro16, che egli stesso, nell’intervista che riportiamo in appendice, ha defi nito con i termini che intitolano questi capitoli.

EISENMAN 1960 / 1990 – dall’architettura concettuale all’architettura testuale

GHERSI, FABIO
2006

Abstract

L’informe ed anche il deforme1 traspaiono con evidenza sin dalle tematiche della decostruzione nelle ricerche contemporanee: quella stessa “operazione del distruggere, del separare, del disintegrare”, che – scriveva Tafuri2 – “è sempre alle origini dell’atto critico” (e quindi progettuale, dal momento che ogni progetto è in sè atto critico), è stata ribaltata in fi nalità, dichiarazione dell’impossibilità di racchiudere un universo troppo complesso e contraddittorio, non solo in forme chiuse, univoche e defi nitive, ma anche semplicemente in-forma: La decomposizione, o meglio decostruzione, che è sempre stata pensata come l’atto iniziale del progetto architettonico, è, in questa prospettiva, invece l’esito parziale del progetto stesso. 3 Questa osservazione di Franco Rella, conferma, a ben vedere, l’appartenenza dell’idea decostruttiva alla cultura moderna: non siamo certi che la decostruzione sia sempre stata pensata “come l’atto iniziale del progetto architettonico”, possiamo però aff ermare che questo principio vale – ed è esplicito nella codifi cazione del classicismo di Durand – a partire dalla crisi illuminista, cioè dal momento in cui ha origine l’arte moderna. Come teorico della decomposizione e, suo malgrado9, architetto della decostruzione, Peter Eisenman ha costruito, nella trentennale attività che va dal suo esordio ai primi anni novanta, un corpus teorico e progettuale che, per diverse ragioni, sembra costituire il campo ideale per la nostra indagine: innanzitutto perché la sua opera, nella sua molteplicità, nei suoi instancabili cambiamenti di rotta, sembra costituire essa stessa una metafora di un processo di autoframmentazione che rifi uta di farsi rinchiudere entro una forma univoca o prevedibile; poi per l’ostinata razionalità del metodo, per il suo off rirsi a oltranza “in forma didattica”10 strutturando di fatto vere e proprie teorie della composizione. Infi ne, per il privilegio attribuito – e non solo nei primi lavori ma, riteniamo, per tutto il ciclo considerato – alla dimensione sintattica dell’architettura. Le note che seguono sono articolate in tre capitoli: nel primo (in relazione appunto al ciclo delle ‘Houses’) si tratta delle operazioni di ‘svuotamento semantico’ e della ridondanza sintattica che ne deriva; nel secondo si puntualizzano i termini del rapporto dialettico tra ‘fi gura’ e ‘frammento’ nella composizione moderna; nella terza parte infifi ne si propone una lettura del lavoro di Eisenman come ‘estensione al limite’ dei postulati della composizione moderna, tentando di estrarre dalla questione dell’informe alcune categorie utili alla defifi nizione delle strutture ‘de/compositive’. Il secondo capitolo di questo saggio – La composizione moderna e la crisi del frammento – si è reso necessario come individuazione dei punti di riferimento storico-critici, a partire dalla codifi cazione del classicismo di Durand, su cui è fondato il discorso. Il primo ed il terzo capitolo – Formalismi e Testualità – trattano specifi camente dell’opera progettuale e teorica di Eisenman nel trentennio 1960/1990; essi sono riferiti approssimativamente a quelle che riteniamo le due principali fasi del suo lavoro16, che egli stesso, nell’intervista che riportiamo in appendice, ha defi nito con i termini che intitolano questi capitoli.
88-87669-50-3
architettura; informe; eisenman
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/20.500.11769/100464
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