Questo libro è un appassionato viaggio retrospettivo dentro la scuola, un viaggio a ritroso in cui le memorie dell’antropologa si intessono con i racconti di bambini, genitori, insegnanti, operatori sociali, impegnati a dare senso, in forme narrative e pragmatiche, all’integrazione educativa. I dialoghi, gli avvenimenti e le scene di vita tra i banchi diventano un’occasione per specchiarsi e riflettere insieme sul mondo quotidiano della scuola, in una fase in cui in Italia si cominciava a sperimentare il «paradigma interculturale». L’autrice restituisce, nella loro irrisolta frammentarietà, i vissuti, i dubbi e i desideri che animavano un circolo didattico periferico nel VI Municipio di Roma, nei primi anni di questo secolo, tra il 2000 e il 2001, e li reinterpreta alla luce degli scombussolamenti oggi in atto nel mondo della scuola. Ne emerge un affresco problematico delle dinamiche performative e simboliche che si attivano quando insegnanti, famiglie, educatori si confrontano con la governance dell’accoglienza per far fronte alla scolarizzazione di alunni immigrati e rom. Il testo si snoda intorno a due movimenti parossistici: il «gigantismo» e i «rimpicciolimenti», a cui l’autrice sottopone l’esperienza etnografica. Nella prima parte viene ricostruito lo scenario politico e accademico che invita l’antropologa a riallacciare una conversazione sospesa con la scuola della memoria e le memorie della scuola, viene descritto il contesto di quella “scuola-che-fu” tornata ad “essere-qui-presente” e si forniscono ragguagli sulle posture e i posizionamenti di quanti agivano al suo interno. Nella seconda parte l’autrice alterna la visuale dalla cattedre e quella che si ricava stando al banco per illuminare sulle dinamiche della vita scolastica: le prese di distanza a scuola, misurate nell’atrio, tra interno e esterno; le partiture del discorso interculturale, suonate in quell’esercizio corale che sono i focus group; i tentativi di sintonizzazione con le logiche argomentative delle insegnanti, dal paradosso al sillogismo; le interrogazioni battenti delle maestre che cercano di ridisegnare una loro «topografia morale» nella scuola; gli esercizi di pazienza per imparare, dall’abecedario del maestro Ignazio, come superare incolumi le relazioni scolastiche. Qui è messa in gioco la recettività: di Carlo, «buon selvaggio» che la scuola non riesce a domare; dell’antropologa, che rischia la sovraesposizione; di Mikich che, risuonando all’unisono con il compagno, si diverte a vestire i panni di un‘eroina dei manga giapponesi, Cybernella, lasciando esterrefatta la maestra. La cortina sanitaria intorno alla scuola viene infine abbassata in una presa diretta col quartiere, mentre le insegnanti stanno disarmate a guardare le logiche culturaliste del discorso interculturale frantumarsi di fronte alle «tre gocce d’acqua» degli zingari al campo. Il libro è anche un viaggio nelle infanzie dei bambini fatto assieme alle loro insegnanti. Nell’ultima parte gli scolari fanno da protagonisti: da abili bricoleur, li vediamo cogliere in fallo le loro maestre, camuffare i mondi che costruiscono sottobanco per poi ricomporli in sintesi nuove, gestire più codici linguistici simultaneamente e a volte arrendersi alle domande sbagliate degli adulti.

Il segreto di Cybernella. Governance dell'accoglienza e pratiche locali di integrazione educativa

BENADUSI, Mara
2012

Abstract

Questo libro è un appassionato viaggio retrospettivo dentro la scuola, un viaggio a ritroso in cui le memorie dell’antropologa si intessono con i racconti di bambini, genitori, insegnanti, operatori sociali, impegnati a dare senso, in forme narrative e pragmatiche, all’integrazione educativa. I dialoghi, gli avvenimenti e le scene di vita tra i banchi diventano un’occasione per specchiarsi e riflettere insieme sul mondo quotidiano della scuola, in una fase in cui in Italia si cominciava a sperimentare il «paradigma interculturale». L’autrice restituisce, nella loro irrisolta frammentarietà, i vissuti, i dubbi e i desideri che animavano un circolo didattico periferico nel VI Municipio di Roma, nei primi anni di questo secolo, tra il 2000 e il 2001, e li reinterpreta alla luce degli scombussolamenti oggi in atto nel mondo della scuola. Ne emerge un affresco problematico delle dinamiche performative e simboliche che si attivano quando insegnanti, famiglie, educatori si confrontano con la governance dell’accoglienza per far fronte alla scolarizzazione di alunni immigrati e rom. Il testo si snoda intorno a due movimenti parossistici: il «gigantismo» e i «rimpicciolimenti», a cui l’autrice sottopone l’esperienza etnografica. Nella prima parte viene ricostruito lo scenario politico e accademico che invita l’antropologa a riallacciare una conversazione sospesa con la scuola della memoria e le memorie della scuola, viene descritto il contesto di quella “scuola-che-fu” tornata ad “essere-qui-presente” e si forniscono ragguagli sulle posture e i posizionamenti di quanti agivano al suo interno. Nella seconda parte l’autrice alterna la visuale dalla cattedre e quella che si ricava stando al banco per illuminare sulle dinamiche della vita scolastica: le prese di distanza a scuola, misurate nell’atrio, tra interno e esterno; le partiture del discorso interculturale, suonate in quell’esercizio corale che sono i focus group; i tentativi di sintonizzazione con le logiche argomentative delle insegnanti, dal paradosso al sillogismo; le interrogazioni battenti delle maestre che cercano di ridisegnare una loro «topografia morale» nella scuola; gli esercizi di pazienza per imparare, dall’abecedario del maestro Ignazio, come superare incolumi le relazioni scolastiche. Qui è messa in gioco la recettività: di Carlo, «buon selvaggio» che la scuola non riesce a domare; dell’antropologa, che rischia la sovraesposizione; di Mikich che, risuonando all’unisono con il compagno, si diverte a vestire i panni di un‘eroina dei manga giapponesi, Cybernella, lasciando esterrefatta la maestra. La cortina sanitaria intorno alla scuola viene infine abbassata in una presa diretta col quartiere, mentre le insegnanti stanno disarmate a guardare le logiche culturaliste del discorso interculturale frantumarsi di fronte alle «tre gocce d’acqua» degli zingari al campo. Il libro è anche un viaggio nelle infanzie dei bambini fatto assieme alle loro insegnanti. Nell’ultima parte gli scolari fanno da protagonisti: da abili bricoleur, li vediamo cogliere in fallo le loro maestre, camuffare i mondi che costruiscono sottobanco per poi ricomporli in sintesi nuove, gestire più codici linguistici simultaneamente e a volte arrendersi alle domande sbagliate degli adulti.
978-88-97085-64-5
Antropologia delll'educazione
Etnografia dello schooling
Governance dell'intercultura
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/20.500.11769/102246
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