For Italy the great war represented an important stage of a process of nationalization started in 1861. It was the first collective experience of Italians: men, women and children; both civilian and military; at the front and in the regions furthest from the northeastern border. Most importantly, the war restored ties between the Center (the State) and the suburbs (local). Even for Sicily was a revolution war that carved in mentality and habits. The "nationalization of sicilian masses" was the maturation of a collective consciousness never known before. At the front the Sicilian peasants found themselves side by side with farmers from other regions, learned to know other dialects and the uses of other regions. If in the early decades after unification was the South of the country to suffer more a deficit Nation building, this time the southern regions and Sicily in particular, would give a blood contribution not indifferent to the process of nation-building. For many Sicilian soldiers war represented an opportunity to go and discover for the first time the places and landscapes of the country, hitherto seen only in the pages of schoolbooks. The letters and diaries they write are often a witness to the internalization of the concepts of Defense and territorial units completed inculcated in previous decades by "agencies of nationalisation". But the war was to Sicily a nationalization factor especially for the more than 500,000 Sicilians under arms. In 1915, the year of Italy's entry into the conflict, and the 1922 (when the war was already over four years), over 55,000 Sicilian soldiers died. The war deprived them of life and of youth, of illusions, of hope. Their deaths, if should not be declined in terms of rhetorical "sacrifice" and "blood toll" deserves to be properly remembered as a huge mourning that hundreds of local communities sought to establish with the Books of honour publishing and the erection of monuments to the fallen. Even in this case there was an important step in the process of nationalization and reinforcement of National-Patriotic speech. It was one of the highest tributes of blood between all the Italian regions for the relationship between population and men mobilized. Most of the fallen were foot soldiers-peasants in their twenties and thirties but many were young officers and commissioned officers dead head Sicilian of their soldiers. Almost every family was heavily marked by conflict through death, mutilation, injury (physical or psychological) of a father, a husband, a son, a brother, a fiance, a fellow student or working a joint near and far. Even those who had the good fortune to return safe and sound brought with it the terrible experiences of the deaths of comrades, the torment and the carnage of the front, of the terrible conditions of life in the trenches, of the decimation and summary executions of deserters, of madness etc. For those who remained at home was not easy to live the experience of war (even for those who lived thousands of miles from the front) and overcome the trauma. Telling the story of Vincenzo Rabito we tried to mention the millions of foot soldiers-peasants overwhelmed by war. Rereading the letters and journal of Gokhale Salonia and Luciano Nicastro we tried to give voice to those officers average educated bourgeois and educated who lived the war initially with enthusiasm and a strong sense of patriotic duty. Bringing the heartrending testimony of Virgil Calderon we mentioned the issue, for many decades removed from the sad story of Italian prisoners in the concentration camps austro-Germans. Reconstructing the size of human sacrifice and the story of the monuments we tried, finally, to analyze the mourning and processed by local communities who had lost in the war, the most vital component and youngest of their population.

Per l’Italia la Grande guerra rappresentò una tappa importantissima di un processo di nazionalizzazione avviato nel 1861. Essa fu la prima esperienza collettiva degli italiani: uomini, donne e bambini; civili e militari; al fronte e nelle regioni più lontane dal confine nordorientale. Ma soprattutto, la guerra rinsaldò i legami tra il centro (lo Stato) e la periferia (l’ambito locale). Anche per la Sicilia la guerra fu una rivoluzione che incise nelle mentalità e nelle abitudini. La “nazionalizzazione delle masse” siciliane comportò la maturazione di una coscienza collettiva mai conosciuta prima. Al fronte i contadini siciliani si trovarono fianco a fianco con i contadini di altre regioni, impararono a conoscere gli altri dialetti e gli usi delle altre regioni. Se nei primi decenni postunitari era stato il sud del paese a soffrire maggiormente un deficit di Nation building, questa volta le regioni meridionali, e la Sicilia in particolare, avrebbero dato un contributo di sangue non indifferente al processo di costruzione della nazione. Per molti soldati siciliani la guerra rappresentò una occasione per percorrere e scoprire per la prima volta i luoghi e i paesaggi del proprio Paese, fino allora “visti” solo nelle pagine dei libri scolastici. Le lettere e i diari che scrivono sono spesso una testimonianza della interiorizzazione dei concetti di difesa e completamento dell’unità territoriale inculcati nei decenni precedenti dalle “agenzie della nazionalizzazione”. Ma la guerra fu per la Sicilia un fattore di nazionalizzazione soprattutto per gli oltre 500.000 siciliani sotto le armi. Tra il 1915, anno dell’ingresso dell’Italia nel conflitto, e il 1922 (quando la guerra era già finita da quattro anni), morirono oltre 55.000 soldati siciliani. La guerra li privò della vita e con essa della giovinezza, delle illusioni, della speranza. La loro morte, se non deve essere declinata nei termini retorici del “sacrificio” e del “tributo di sangue” merita tuttavia di essere degnamente ricordata come un lutto enorme che centinaia di comunità locali cercarono di elaborare con la pubblicazione di Libri d’oro e l’erezione di monumenti ai caduti. Anche in questo caso si ebbe una tappa importante nel processo di nazionalizzazione e di rafforzamento del discorso nazional-patriottico. Si trattò di uno dei più alti tributi di sangue tra tutte le regioni italiane per rapporto tra popolazione e uomini mobilitati. La maggior parte dei caduti erano fanti-contadini ventenni e trentenni ma numerosi furono i giovani ufficiali e sottoufficiali siciliani morti alla testa dei loro soldati. Quasi ogni famiglia fu pesantemente segnata dal conflitto attraverso la morte, la mutilazione, il ferimento (fisico o psicologico) di un padre, un marito, un figlio, un fratello, un fidanzato, un compagno di studi o di lavoro, un congiunto vicino e lontano. Anche chi ebbe la fortuna di ritornare sano e salvo portò con sé le terribili esperienze della morte dei compagni, dello strazio e della carneficina del fronte, delle terribili condizioni di vita nelle trincee, delle decimazioni e delle esecuzioni sommarie dei disertori, della follia ecc. Per chi rimase a casa non fu facile vivere l’esperienza della guerra (perfino per chi viveva a migliaia di chilometri dal fronte) e superarne il trauma. Raccontando le vicende di Vincenzo Rabito abbiamo provato a parlare dei milioni di fanti-contadini travolti dalla guerra. Rileggendo le lettere e il diario di Raffaele Salonia e di Luciano Nicastro abbiamo cercato di dare voce a quegli ufficiali borghesi, mediamente colti e istruiti che vissero la guerra inizialmente con entusiasmo e poi con un forte senso del dovere patriottico. Riportando la straziante testimonianza di Virgilio Cannata abbiamo accennato alla questione, per tanti decenni rimossa, della triste vicenda dei prigionieri italiani nei campi di concentramento austro-tedeschi. Ricostruendo la dimensione del sacrificio umano e la vicenda dei monumenti abbiamo provato, infine, ad analizzare il lutto e la sua elaborazione da parte delle comunità locali che avevano perduto in guerra la componente più vitale e più giovane della loro popolazione.

Lutti e memorie dei siciliani nella Grande guerra

POIDOMANI, GIANCARLO
2015

Abstract

Per l’Italia la Grande guerra rappresentò una tappa importantissima di un processo di nazionalizzazione avviato nel 1861. Essa fu la prima esperienza collettiva degli italiani: uomini, donne e bambini; civili e militari; al fronte e nelle regioni più lontane dal confine nordorientale. Ma soprattutto, la guerra rinsaldò i legami tra il centro (lo Stato) e la periferia (l’ambito locale). Anche per la Sicilia la guerra fu una rivoluzione che incise nelle mentalità e nelle abitudini. La “nazionalizzazione delle masse” siciliane comportò la maturazione di una coscienza collettiva mai conosciuta prima. Al fronte i contadini siciliani si trovarono fianco a fianco con i contadini di altre regioni, impararono a conoscere gli altri dialetti e gli usi delle altre regioni. Se nei primi decenni postunitari era stato il sud del paese a soffrire maggiormente un deficit di Nation building, questa volta le regioni meridionali, e la Sicilia in particolare, avrebbero dato un contributo di sangue non indifferente al processo di costruzione della nazione. Per molti soldati siciliani la guerra rappresentò una occasione per percorrere e scoprire per la prima volta i luoghi e i paesaggi del proprio Paese, fino allora “visti” solo nelle pagine dei libri scolastici. Le lettere e i diari che scrivono sono spesso una testimonianza della interiorizzazione dei concetti di difesa e completamento dell’unità territoriale inculcati nei decenni precedenti dalle “agenzie della nazionalizzazione”. Ma la guerra fu per la Sicilia un fattore di nazionalizzazione soprattutto per gli oltre 500.000 siciliani sotto le armi. Tra il 1915, anno dell’ingresso dell’Italia nel conflitto, e il 1922 (quando la guerra era già finita da quattro anni), morirono oltre 55.000 soldati siciliani. La guerra li privò della vita e con essa della giovinezza, delle illusioni, della speranza. La loro morte, se non deve essere declinata nei termini retorici del “sacrificio” e del “tributo di sangue” merita tuttavia di essere degnamente ricordata come un lutto enorme che centinaia di comunità locali cercarono di elaborare con la pubblicazione di Libri d’oro e l’erezione di monumenti ai caduti. Anche in questo caso si ebbe una tappa importante nel processo di nazionalizzazione e di rafforzamento del discorso nazional-patriottico. Si trattò di uno dei più alti tributi di sangue tra tutte le regioni italiane per rapporto tra popolazione e uomini mobilitati. La maggior parte dei caduti erano fanti-contadini ventenni e trentenni ma numerosi furono i giovani ufficiali e sottoufficiali siciliani morti alla testa dei loro soldati. Quasi ogni famiglia fu pesantemente segnata dal conflitto attraverso la morte, la mutilazione, il ferimento (fisico o psicologico) di un padre, un marito, un figlio, un fratello, un fidanzato, un compagno di studi o di lavoro, un congiunto vicino e lontano. Anche chi ebbe la fortuna di ritornare sano e salvo portò con sé le terribili esperienze della morte dei compagni, dello strazio e della carneficina del fronte, delle terribili condizioni di vita nelle trincee, delle decimazioni e delle esecuzioni sommarie dei disertori, della follia ecc. Per chi rimase a casa non fu facile vivere l’esperienza della guerra (perfino per chi viveva a migliaia di chilometri dal fronte) e superarne il trauma. Raccontando le vicende di Vincenzo Rabito abbiamo provato a parlare dei milioni di fanti-contadini travolti dalla guerra. Rileggendo le lettere e il diario di Raffaele Salonia e di Luciano Nicastro abbiamo cercato di dare voce a quegli ufficiali borghesi, mediamente colti e istruiti che vissero la guerra inizialmente con entusiasmo e poi con un forte senso del dovere patriottico. Riportando la straziante testimonianza di Virgilio Cannata abbiamo accennato alla questione, per tanti decenni rimossa, della triste vicenda dei prigionieri italiani nei campi di concentramento austro-tedeschi. Ricostruendo la dimensione del sacrificio umano e la vicenda dei monumenti abbiamo provato, infine, ad analizzare il lutto e la sua elaborazione da parte delle comunità locali che avevano perduto in guerra la componente più vitale e più giovane della loro popolazione.
9788862821568
For Italy the great war represented an important stage of a process of nationalization started in 1861. It was the first collective experience of Italians: men, women and children; both civilian and military; at the front and in the regions furthest from the northeastern border. Most importantly, the war restored ties between the Center (the State) and the suburbs (local). Even for Sicily was a revolution war that carved in mentality and habits. The "nationalization of sicilian masses" was the maturation of a collective consciousness never known before. At the front the Sicilian peasants found themselves side by side with farmers from other regions, learned to know other dialects and the uses of other regions. If in the early decades after unification was the South of the country to suffer more a deficit Nation building, this time the southern regions and Sicily in particular, would give a blood contribution not indifferent to the process of nation-building. For many Sicilian soldiers war represented an opportunity to go and discover for the first time the places and landscapes of the country, hitherto seen only in the pages of schoolbooks. The letters and diaries they write are often a witness to the internalization of the concepts of Defense and territorial units completed inculcated in previous decades by "agencies of nationalisation". But the war was to Sicily a nationalization factor especially for the more than 500,000 Sicilians under arms. In 1915, the year of Italy's entry into the conflict, and the 1922 (when the war was already over four years), over 55,000 Sicilian soldiers died. The war deprived them of life and of youth, of illusions, of hope. Their deaths, if should not be declined in terms of rhetorical "sacrifice" and "blood toll" deserves to be properly remembered as a huge mourning that hundreds of local communities sought to establish with the Books of honour publishing and the erection of monuments to the fallen. Even in this case there was an important step in the process of nationalization and reinforcement of National-Patriotic speech. It was one of the highest tributes of blood between all the Italian regions for the relationship between population and men mobilized. Most of the fallen were foot soldiers-peasants in their twenties and thirties but many were young officers and commissioned officers dead head Sicilian of their soldiers. Almost every family was heavily marked by conflict through death, mutilation, injury (physical or psychological) of a father, a husband, a son, a brother, a fiance, a fellow student or working a joint near and far. Even those who had the good fortune to return safe and sound brought with it the terrible experiences of the deaths of comrades, the torment and the carnage of the front, of the terrible conditions of life in the trenches, of the decimation and summary executions of deserters, of madness etc. For those who remained at home was not easy to live the experience of war (even for those who lived thousands of miles from the front) and overcome the trauma. Telling the story of Vincenzo Rabito we tried to mention the millions of foot soldiers-peasants overwhelmed by war. Rereading the letters and journal of Gokhale Salonia and Luciano Nicastro we tried to give voice to those officers average educated bourgeois and educated who lived the war initially with enthusiasm and a strong sense of patriotic duty. Bringing the heartrending testimony of Virgil Calderon we mentioned the issue, for many decades removed from the sad story of Italian prisoners in the concentration camps austro-Germans. Reconstructing the size of human sacrifice and the story of the monuments we tried, finally, to analyze the mourning and processed by local communities who had lost in the war, the most vital component and youngest of their population.
Prima guerra mondiale; Storia sociale e culturale; Sicilia
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/20.500.11769/104930
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