This work aims at participating to the debate on whether the heterogeneity of the law of contracts in EU member states could cause problems to the proper functioning of the single market and on the measures to be taken to solve such problems (Communications of the European Commission of 11 July 2001 on “European contract law” and of 12 February 2003 on “A more coherent European contract law – An action plan”), particularly focusing on the role of private international law in this context, namely in order to establish whether the latter represents or could represent a real obstacle to the proper functioning of the single market. After a short description of the position of the European Court of Justice, which, though regarding any conflict-of-laws rule having discriminatory effects on the ground of different nationality as not compatible with EC Treaty, does not consider as restricting intra-community trade the conflict-of-laws rules designating as applicable a law other than that of the State where the manufacturer of goods or the performer of services is established - and, then, does not regard them as conflicting with EC law, the tendency of the EC legislator to rely on the so-called “internal market” clause, under which any domestic court shall not apply any substantial rule of the law designated as applicable by a conflict-of-laws rule wherever the application of such material rule gives rise to some restrictions to the intra-community trade, is clearly outlined. Furthermore, the author shortly reviews the main scholars’ opinions on this issue: on the basis of the principles of “mutual recognition” and of “control of the State of origin”, it is maintained that EC law rules out the applicability of conflict-of-laws rules designating a law other than that of the State of origin of the EC economic operator as the applicable law or that, amongst several laws virtually applicable, the interpreter shall select the law which could better ensure the proper functioning of the single market. The author states that, in any case where the specific issue falls within the scope of application of EC rules on the functioning of the single market (and, then, it does not regard only mere contractual aspects not subject to the said EC rules), any assessment of possible restrictive effects on intra-community trade deriving from the application of a conflict-of-law rule may not be done only in abstract terms, a priori refusing to apply the conflict-of-laws rule, but ought to be done only considering the actual circumstances of the specific case, having then regard to the real relationship between the substantial rule rendered applicable by the conflict-of-laws provision and the EC material rule. Therefore, the relationship between domestic material rules and EC material rules (instead of the relationship between EC material rules and conflict-of-laws provisions) is the most relevant relationship in this context. In this way, the proper functioning of the single market is ensured without jeopardizing the proper role of international private law. This approach can be easily found in the EC Directive 2000/31 on electronic commerce, since it clearly highlights the aforementioned distinction. In addition, the author also emphasizes that the same clear approach based upon the aforementioned distinction is equally important - and should be then properly pursued - in the domestic rules implementing such Directive or other similar EC directives.

Questo lavoro si inserisce nel dibattito relativo ai problemi che l’eterogeneità del diritto dei contratti nei vari Paesi membri dell’Unione può determinare al buon funzionamento del mercato interno e alle misure da adottare per risolvere tali problemi (Comunicazioni della Commissione europea dell’11 luglio 2001 sul diritto contrattuale europeo e del 12 febbraio 2003 su “Maggiore coerenza nel diritto contrattuale europeo – un piano d’azione”), focalizzando in particolare il ruolo del diritto internazionale privato in questo quadro, per stabilire più precisamente se quest’ultimo rappresenti o possa rappresentare un vero e proprio ostacolo al buon funzionamento del mercato interno. Dopo una descrizione sintetica dell’orientamento della Corte comunitaria, che, pur censurando le norme di conflitto discriminatorie per ragioni di nazionalità, non considera restrittive del commercio intracomunitario le norme di diritto internazionale privato che rendano applicabile una legge diversa da quella dello Stato in cui è stabilito il produttore di merci o il prestatore di servizi - e quindi non le considera per questa ragione incompatibili con il diritto comunitario, si rileva la tendenza del legislatore comunitario all’utilizzo della clausola c.d. “mercato interno”, in base alla quale il giudice nazionale non dovrà dare applicazione alle norme materiali della legge resa applicabile dalla norma di diritto internazionale privato qualora l’applicazione di tali norme materiali desse luogo a restrizioni del commercio intracomunitario. Inoltre, si passano in rassegna i principali orientamenti dottrinali al riguardo, secondo i quali, in virtù dei principi del “mutuo riconoscimento” e del “controllo dello Stato di origine”, occorrerebbe escludere l’operatività delle norme di conflitto che designano come legge regolatrice una legge diversa da quella dello Stato di origine dell’operatore economico comunitario ovvero bisognerebbe privilegiare, tra più leggi potenzialmente applicabili, quella che garantisca meglio il buon funzionamento del mercato interno. L’autore sostiene che, qualora la questione concreta da regolare rientri nella sfera di operatività delle norme comunitarie relative al funzionamento del mercato (e non riguardi quindi meri aspetti contrattuali non sottoposti alle suddette norme comunitarie), ogni valutazione su eventuali effetti restrittivi sul commercio intracomunitario derivanti dall’applicazione della norma di diritto internazionale privato non va effettuata in astratto, negando a priori l’operatività della norma di conflitto, ma solo in concreto, avendo riguardo quindi al rapporto tra norma materiale richiamata dalla norma di conflitto e norma comunitaria. Pertanto, il rapporto rilevante è quello tra norme materiali interne e norme materiali comunitarie e non quello tra norme materiali comunitarie e norme di diritto internazionale privato. In questo modo viene garantito il buon funzionamento del mercato senza sacrificare ingiustificatamente il ruolo proprio del diritto internazionale privato. Questo approccio può peraltro facilmente rilevarsi nella Direttiva comunitaria 31/2000 sul commercio elettronico, in cui tali distinzioni sono piuttosto evidenti. Infine, l’autore rileva come altrettanta chiarezza sarebbe importante anche nelle norme nazionali di attuazione della Direttiva in questione o di altre simili direttive.

Intervento su Norme di conflitto e direttive comunitarie di armonizzazione settoriale

PETTINATO, Calogero Alfio
2004-01-01

Abstract

Questo lavoro si inserisce nel dibattito relativo ai problemi che l’eterogeneità del diritto dei contratti nei vari Paesi membri dell’Unione può determinare al buon funzionamento del mercato interno e alle misure da adottare per risolvere tali problemi (Comunicazioni della Commissione europea dell’11 luglio 2001 sul diritto contrattuale europeo e del 12 febbraio 2003 su “Maggiore coerenza nel diritto contrattuale europeo – un piano d’azione”), focalizzando in particolare il ruolo del diritto internazionale privato in questo quadro, per stabilire più precisamente se quest’ultimo rappresenti o possa rappresentare un vero e proprio ostacolo al buon funzionamento del mercato interno. Dopo una descrizione sintetica dell’orientamento della Corte comunitaria, che, pur censurando le norme di conflitto discriminatorie per ragioni di nazionalità, non considera restrittive del commercio intracomunitario le norme di diritto internazionale privato che rendano applicabile una legge diversa da quella dello Stato in cui è stabilito il produttore di merci o il prestatore di servizi - e quindi non le considera per questa ragione incompatibili con il diritto comunitario, si rileva la tendenza del legislatore comunitario all’utilizzo della clausola c.d. “mercato interno”, in base alla quale il giudice nazionale non dovrà dare applicazione alle norme materiali della legge resa applicabile dalla norma di diritto internazionale privato qualora l’applicazione di tali norme materiali desse luogo a restrizioni del commercio intracomunitario. Inoltre, si passano in rassegna i principali orientamenti dottrinali al riguardo, secondo i quali, in virtù dei principi del “mutuo riconoscimento” e del “controllo dello Stato di origine”, occorrerebbe escludere l’operatività delle norme di conflitto che designano come legge regolatrice una legge diversa da quella dello Stato di origine dell’operatore economico comunitario ovvero bisognerebbe privilegiare, tra più leggi potenzialmente applicabili, quella che garantisca meglio il buon funzionamento del mercato interno. L’autore sostiene che, qualora la questione concreta da regolare rientri nella sfera di operatività delle norme comunitarie relative al funzionamento del mercato (e non riguardi quindi meri aspetti contrattuali non sottoposti alle suddette norme comunitarie), ogni valutazione su eventuali effetti restrittivi sul commercio intracomunitario derivanti dall’applicazione della norma di diritto internazionale privato non va effettuata in astratto, negando a priori l’operatività della norma di conflitto, ma solo in concreto, avendo riguardo quindi al rapporto tra norma materiale richiamata dalla norma di conflitto e norma comunitaria. Pertanto, il rapporto rilevante è quello tra norme materiali interne e norme materiali comunitarie e non quello tra norme materiali comunitarie e norme di diritto internazionale privato. In questo modo viene garantito il buon funzionamento del mercato senza sacrificare ingiustificatamente il ruolo proprio del diritto internazionale privato. Questo approccio può peraltro facilmente rilevarsi nella Direttiva comunitaria 31/2000 sul commercio elettronico, in cui tali distinzioni sono piuttosto evidenti. Infine, l’autore rileva come altrettanta chiarezza sarebbe importante anche nelle norme nazionali di attuazione della Direttiva in questione o di altre simili direttive.
88-14-10956-7
This work aims at participating to the debate on whether the heterogeneity of the law of contracts in EU member states could cause problems to the proper functioning of the single market and on the measures to be taken to solve such problems (Communications of the European Commission of 11 July 2001 on “European contract law” and of 12 February 2003 on “A more coherent European contract law – An action plan”), particularly focusing on the role of private international law in this context, namely in order to establish whether the latter represents or could represent a real obstacle to the proper functioning of the single market. After a short description of the position of the European Court of Justice, which, though regarding any conflict-of-laws rule having discriminatory effects on the ground of different nationality as not compatible with EC Treaty, does not consider as restricting intra-community trade the conflict-of-laws rules designating as applicable a law other than that of the State where the manufacturer of goods or the performer of services is established - and, then, does not regard them as conflicting with EC law, the tendency of the EC legislator to rely on the so-called “internal market” clause, under which any domestic court shall not apply any substantial rule of the law designated as applicable by a conflict-of-laws rule wherever the application of such material rule gives rise to some restrictions to the intra-community trade, is clearly outlined. Furthermore, the author shortly reviews the main scholars’ opinions on this issue: on the basis of the principles of “mutual recognition” and of “control of the State of origin”, it is maintained that EC law rules out the applicability of conflict-of-laws rules designating a law other than that of the State of origin of the EC economic operator as the applicable law or that, amongst several laws virtually applicable, the interpreter shall select the law which could better ensure the proper functioning of the single market. The author states that, in any case where the specific issue falls within the scope of application of EC rules on the functioning of the single market (and, then, it does not regard only mere contractual aspects not subject to the said EC rules), any assessment of possible restrictive effects on intra-community trade deriving from the application of a conflict-of-law rule may not be done only in abstract terms, a priori refusing to apply the conflict-of-laws rule, but ought to be done only considering the actual circumstances of the specific case, having then regard to the real relationship between the substantial rule rendered applicable by the conflict-of-laws provision and the EC material rule. Therefore, the relationship between domestic material rules and EC material rules (instead of the relationship between EC material rules and conflict-of-laws provisions) is the most relevant relationship in this context. In this way, the proper functioning of the single market is ensured without jeopardizing the proper role of international private law. This approach can be easily found in the EC Directive 2000/31 on electronic commerce, since it clearly highlights the aforementioned distinction. In addition, the author also emphasizes that the same clear approach based upon the aforementioned distinction is equally important - and should be then properly pursued - in the domestic rules implementing such Directive or other similar EC directives.
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