Le terzine dantesche sul Veltro non sono semplicemente una sfida enigmistica alla perspicacia del lettore, o un gioco a nascondere con cui il poeta dissimula la propria incertezza, o ancora un segnale in codice a interlocutori mirati. Insieme forse a tutto questo, ma sicuramente al di sopra di tutto questo, sono un rinvio alla storia della salvezza, e meritano di essere apprezzate nella vastità del loro respiro.Dante sta ribadendo la certezza - vestita, questo sì, del linguaggio chiuso della predizione - che il tempo, pur afflitto da devastazioni, volge comunque verso esiti positivi. Alla crisi del buon mondo risponde la speranza; e non solo una speranza nell'aldilà, ma anche nel futuro storico. Lo sguardo verso l'alto potenzia quello proteso in avanti. E insieme lo protegge il più possibile da abbagli e miraggi. La "Commedia" non attende una perfezione in terra, un paradiso dislocato dall'eterno nella storia, conserva invece la consapevolezza che il saeculum resta comunque un luogo ambivalente e incompiuto, dove l'imporsi della giustizia non può dissolvere alla radice ogni cospirazione di uomini contro l'umano. Interpretare il Veltro in chiave imperiale, come si rivela inevitabile, significa qualificare l'attesa dantesca in chiave ultimamente non gioachimita: il futuro liberatore ripristina un quadro istituzionale reso necessario dall'infermità umana, non adduce l'era di una perfetta libertà che fa a meno di vincoli esterni. Più volte il profetismo dantesco, magari dopo gli apprezzamenti di rito, è stato ritenuto in abbondante, irreparabile ritardo: il sogno di un'impossibile restaurazione vagheggiato da un intellettuale ormai ai margini, e incline a concepire un bouleversement proprio perché poco o nulla influente sulle scelte che frattanto determinavano la scena effettuale. I pezzi che Dante si ingegnava a disporre sulla scacchiera non hanno forse sortito un'altra collocazione, tre o quattro caselle più in là? Una riserva ingenerosa, come tutte quelle avanzate col senno di poi. Vero è che l'aspirazione dantesca all'armonia terrena risulta molto più significativa della concreta forma di armonia da lui proposta, specie per quanto riguarda l'assetto politico. Una profezia imperfetta, dunque, per aver declinato le sue altissime ragioni di fondo in un'analisi non rispondente ai fatti, e per aver puntato su uno strumento come la monarchia universale ormai in irreversibile obsolescenza? Non è molto interessante trascinare di nuovo il messaggio di Dante dinanzi all'ennesima corte di giustizia, nemmeno allo scopo di caldeggiare una più mite sentenza di appello, che tenga conto della visuale possibile a quell'epoca, quando il Sacrum Imperium era tutt'altro che un fantasma, come conferma la mobilitazione dei comuni, di Roberto d'Angiò e di Clemente V all'affacciarsi di Arrigo VII sui territori italiani. Più utile la delimitazione di quel messaggio nelle sue proprie nervature. L'imperfezione cui allude il titolo di questa monografia non è per nulla una presunta debolezza del discorso dantesco, è invece un oggetto di quel discorso, un contenuto posto, e con cognizione di causa, da Dante stesso, insomma una delle caratteristiche del mondo quale egli lo ha concepito, ma attenzione, dello stesso "buon mondo" verso cui indirizza lo slancio gemello di nostalgia e attesa. Lo sguardo dantesco a una futura epoca migliore è privo di quel coefficiente tipico del millenarismo gioachimita, una perfezione assoluta, addirittura celeste. La speranza senza limiti del millenarismo bassomedievale viene ricondotta nella "Commedia" dantesca a una misura razionale. In questo senso, la profezia del Veltro intrattiene con l'utopia solo un commercio moderato, come del resto la profezia gemella del Cinquecento diece e cinque che risuona nell'ultimo canto del "Purgatorio", fulminando la Curia pontificia in degrado e la casa di Francia che l'ha asservita, i due avversari irriducibili dell'Impero universale.

La profezia imperfetta. Il Veltro e l'escatologia medievale

CRISTALDI, Sergio Alfio Maria
2008

Abstract

Le terzine dantesche sul Veltro non sono semplicemente una sfida enigmistica alla perspicacia del lettore, o un gioco a nascondere con cui il poeta dissimula la propria incertezza, o ancora un segnale in codice a interlocutori mirati. Insieme forse a tutto questo, ma sicuramente al di sopra di tutto questo, sono un rinvio alla storia della salvezza, e meritano di essere apprezzate nella vastità del loro respiro.Dante sta ribadendo la certezza - vestita, questo sì, del linguaggio chiuso della predizione - che il tempo, pur afflitto da devastazioni, volge comunque verso esiti positivi. Alla crisi del buon mondo risponde la speranza; e non solo una speranza nell'aldilà, ma anche nel futuro storico. Lo sguardo verso l'alto potenzia quello proteso in avanti. E insieme lo protegge il più possibile da abbagli e miraggi. La "Commedia" non attende una perfezione in terra, un paradiso dislocato dall'eterno nella storia, conserva invece la consapevolezza che il saeculum resta comunque un luogo ambivalente e incompiuto, dove l'imporsi della giustizia non può dissolvere alla radice ogni cospirazione di uomini contro l'umano. Interpretare il Veltro in chiave imperiale, come si rivela inevitabile, significa qualificare l'attesa dantesca in chiave ultimamente non gioachimita: il futuro liberatore ripristina un quadro istituzionale reso necessario dall'infermità umana, non adduce l'era di una perfetta libertà che fa a meno di vincoli esterni. Più volte il profetismo dantesco, magari dopo gli apprezzamenti di rito, è stato ritenuto in abbondante, irreparabile ritardo: il sogno di un'impossibile restaurazione vagheggiato da un intellettuale ormai ai margini, e incline a concepire un bouleversement proprio perché poco o nulla influente sulle scelte che frattanto determinavano la scena effettuale. I pezzi che Dante si ingegnava a disporre sulla scacchiera non hanno forse sortito un'altra collocazione, tre o quattro caselle più in là? Una riserva ingenerosa, come tutte quelle avanzate col senno di poi. Vero è che l'aspirazione dantesca all'armonia terrena risulta molto più significativa della concreta forma di armonia da lui proposta, specie per quanto riguarda l'assetto politico. Una profezia imperfetta, dunque, per aver declinato le sue altissime ragioni di fondo in un'analisi non rispondente ai fatti, e per aver puntato su uno strumento come la monarchia universale ormai in irreversibile obsolescenza? Non è molto interessante trascinare di nuovo il messaggio di Dante dinanzi all'ennesima corte di giustizia, nemmeno allo scopo di caldeggiare una più mite sentenza di appello, che tenga conto della visuale possibile a quell'epoca, quando il Sacrum Imperium era tutt'altro che un fantasma, come conferma la mobilitazione dei comuni, di Roberto d'Angiò e di Clemente V all'affacciarsi di Arrigo VII sui territori italiani. Più utile la delimitazione di quel messaggio nelle sue proprie nervature. L'imperfezione cui allude il titolo di questa monografia non è per nulla una presunta debolezza del discorso dantesco, è invece un oggetto di quel discorso, un contenuto posto, e con cognizione di causa, da Dante stesso, insomma una delle caratteristiche del mondo quale egli lo ha concepito, ma attenzione, dello stesso "buon mondo" verso cui indirizza lo slancio gemello di nostalgia e attesa. Lo sguardo dantesco a una futura epoca migliore è privo di quel coefficiente tipico del millenarismo gioachimita, una perfezione assoluta, addirittura celeste. La speranza senza limiti del millenarismo bassomedievale viene ricondotta nella "Commedia" dantesca a una misura razionale. In questo senso, la profezia del Veltro intrattiene con l'utopia solo un commercio moderato, come del resto la profezia gemella del Cinquecento diece e cinque che risuona nell'ultimo canto del "Purgatorio", fulminando la Curia pontificia in degrado e la casa di Francia che l'ha asservita, i due avversari irriducibili dell'Impero universale.
978-88-8241-220-3
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/20.500.11769/106697
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