Il Veltro dantesco non è certamente il Cristo nella sua seconda venuta, né un papa angelico, e nemmeno un ordine religioso. Il testo suggerisce in maniera inequivocabile che si tratta di un leader politico nel solco di Enea, dunque di un Imperatore o comunque di un araldo della Monarchia universale. Trattiene forse qualcosa di gioachimita o di francescano-gioachimita questa profezia di Inferno I, e con essa il sistema storico della "Commedia"? Gioacchino e i suoi seguaci assumono un atteggiamento polemico verso il presente, registrano l'invadenza, nel corpo della cristianità, di un'enorme massa tumorale, alternando lo sconcerto con ansiosi allarmi, presagendo un inevitabile collasso epocale. Al tempo stesso, l'abate da Fiore e i francescani che si ispirano alla sua lezione pensano la crisi come decomposizione di un bozzolo da cui dovrà uscire la vita rinnovata. Gioacchino prospetta il tempo a venire della conoscenza senza veli e della libertà dello spirito; Pietro di Giovanni Olivi e Ubertino da Casale ipostatizzano un'epoca futura di contemplazione e di altissima povertà. Ebbene, nel primo canto della "Commedia" dantesca è evidente un accento sulla negatività attuale, dilatata a proporzioni macroscopiche, avvertita come assolutamente inaccettabile. Il rapporto di Dante con la realtà storica, o almeno con questa realtà nella sua dimensione sociale e strutturata, è rapporto in gran parte polemico. Per altro verso, Dante ribadisce la certezza - vestita del linguaggio chiuso della predizione - che il tempo, pur afflitto da devastazioni, volge comunque verso esiti di positività. Alla crisi del mondo risponde la speranza, e non solo una speranza nell'aldilà, ma anche nel futuro storico. Resta comunque significativo che il Veltro non coincida con nessuno dei veri e propri protagonisti del rinnovamento concepito da Gioacchino e dagli Spirituali francescani come Olivi e Ubertino. Inoltre, l'attesa dantesca converge sull'avvento puntuale del liberatore, molto meno si diffonde sul tempo che seguirà, tacendone del tutto in Inferno I, toccandone pochissimo nel resto del poema, come se Dante non avesse interesse a censire gli esiti benefici di un riscatto. Ora, il gioachimismo, per quanto sensibile alla transizione, esaurisce comunque in ogni sua versione questo capitolo per aprire il capitolo ulteriore della condizione nuova che si è finalmente imposta e che vuol essere descritta nella sua compiutezza. La cifra giustamente celebre di questa teologia è la terza età, coi suoi tratti eccezionalmente innovativi, tanto da far pensare a una dislocazione del Paradiso nella storia. Ebbene, Dante investe sì sul futuro, ma non fino a tal segno. Ed è per questo che il suo accento cade con tanta energia sul frangente in sé del ribaltamento: lo scarto si determina qui rispetto alla decadenza presente, ma non rispetto a tutto il passato, sicché la rilevanza di questo scarto è nella brusca fine imposta al dissesto. Ciò che apparirà dopo questa fine è il "buon mondo" già stabilito da Augusto e da Cristo; Dante usa descrivere le perfezioni di questo "buon mondo" quando ne evoca le origini o gli altri momenti felici, non è obbligato a ripetersi all'atto di adombrare una rinascita. In Dante, lo sguardo verso l'alto, verso l'aldilà indubbiamente potenzia quello teso in avanti, fonda il profetismo, lo avvalora con il crisma di una rivelazione che viene dall'eterno. Ma insieme protegge il più possibile il profetismo stesso da miraggi e abbagli. La "Commedia" dantesca non attende una perfezione in terra, un paradiso temporale, come la vulgata del gioachimismo; conserva invece la consapevolezza agostiniana che il saeculum resta comunque un luogo ambivalente e incompiuto, dove l'imporsi della giustizia non può dissolvere alla radice ogni cospirazione degli uomini contro l'umano. La futura epoca migliore assicurata dal Veltro imperiale soggiace alla costellazione della legge e dell'autorità; e legge e autorità implicano, come Dante non ignora, una condizione imperfetta, resa certo attraversabile, ma non ancora risanata. La misura razionale del profetismo di Dante è remota dagli sfondamenti dell'annuncio gioachimita. E se il tasso indiscutibile di utopismo presente nel poema sacro distingue Dante da Agostino, questa differenza non è totale. Per ritrovare la radice agostiniana di Dante occorre certo rimuovere non pochi strati allotri a essa sovrapposti, lo scatto di insofferenza verso il presente, l'inclinazione a puntare sul futuro storico, la certezza di una svolta imminente in grado di sfociare su un assetto di pace duratura. Ma Dante ha trattenuto la consapevolezza agostiniana dell'ambivalenza della storia e della necessità di "remedia" vincolanti, di istituzioni che non possono tramontare, se non alla fine della storia stessa, alla separazione del grano dal loglio.

La profezia imperfetta. Il Veltro e l'escatologia medievale. Seconda edizione

CRISTALDI, Sergio Alfio Maria
2011

Abstract

Il Veltro dantesco non è certamente il Cristo nella sua seconda venuta, né un papa angelico, e nemmeno un ordine religioso. Il testo suggerisce in maniera inequivocabile che si tratta di un leader politico nel solco di Enea, dunque di un Imperatore o comunque di un araldo della Monarchia universale. Trattiene forse qualcosa di gioachimita o di francescano-gioachimita questa profezia di Inferno I, e con essa il sistema storico della "Commedia"? Gioacchino e i suoi seguaci assumono un atteggiamento polemico verso il presente, registrano l'invadenza, nel corpo della cristianità, di un'enorme massa tumorale, alternando lo sconcerto con ansiosi allarmi, presagendo un inevitabile collasso epocale. Al tempo stesso, l'abate da Fiore e i francescani che si ispirano alla sua lezione pensano la crisi come decomposizione di un bozzolo da cui dovrà uscire la vita rinnovata. Gioacchino prospetta il tempo a venire della conoscenza senza veli e della libertà dello spirito; Pietro di Giovanni Olivi e Ubertino da Casale ipostatizzano un'epoca futura di contemplazione e di altissima povertà. Ebbene, nel primo canto della "Commedia" dantesca è evidente un accento sulla negatività attuale, dilatata a proporzioni macroscopiche, avvertita come assolutamente inaccettabile. Il rapporto di Dante con la realtà storica, o almeno con questa realtà nella sua dimensione sociale e strutturata, è rapporto in gran parte polemico. Per altro verso, Dante ribadisce la certezza - vestita del linguaggio chiuso della predizione - che il tempo, pur afflitto da devastazioni, volge comunque verso esiti di positività. Alla crisi del mondo risponde la speranza, e non solo una speranza nell'aldilà, ma anche nel futuro storico. Resta comunque significativo che il Veltro non coincida con nessuno dei veri e propri protagonisti del rinnovamento concepito da Gioacchino e dagli Spirituali francescani come Olivi e Ubertino. Inoltre, l'attesa dantesca converge sull'avvento puntuale del liberatore, molto meno si diffonde sul tempo che seguirà, tacendone del tutto in Inferno I, toccandone pochissimo nel resto del poema, come se Dante non avesse interesse a censire gli esiti benefici di un riscatto. Ora, il gioachimismo, per quanto sensibile alla transizione, esaurisce comunque in ogni sua versione questo capitolo per aprire il capitolo ulteriore della condizione nuova che si è finalmente imposta e che vuol essere descritta nella sua compiutezza. La cifra giustamente celebre di questa teologia è la terza età, coi suoi tratti eccezionalmente innovativi, tanto da far pensare a una dislocazione del Paradiso nella storia. Ebbene, Dante investe sì sul futuro, ma non fino a tal segno. Ed è per questo che il suo accento cade con tanta energia sul frangente in sé del ribaltamento: lo scarto si determina qui rispetto alla decadenza presente, ma non rispetto a tutto il passato, sicché la rilevanza di questo scarto è nella brusca fine imposta al dissesto. Ciò che apparirà dopo questa fine è il "buon mondo" già stabilito da Augusto e da Cristo; Dante usa descrivere le perfezioni di questo "buon mondo" quando ne evoca le origini o gli altri momenti felici, non è obbligato a ripetersi all'atto di adombrare una rinascita. In Dante, lo sguardo verso l'alto, verso l'aldilà indubbiamente potenzia quello teso in avanti, fonda il profetismo, lo avvalora con il crisma di una rivelazione che viene dall'eterno. Ma insieme protegge il più possibile il profetismo stesso da miraggi e abbagli. La "Commedia" dantesca non attende una perfezione in terra, un paradiso temporale, come la vulgata del gioachimismo; conserva invece la consapevolezza agostiniana che il saeculum resta comunque un luogo ambivalente e incompiuto, dove l'imporsi della giustizia non può dissolvere alla radice ogni cospirazione degli uomini contro l'umano. La futura epoca migliore assicurata dal Veltro imperiale soggiace alla costellazione della legge e dell'autorità; e legge e autorità implicano, come Dante non ignora, una condizione imperfetta, resa certo attraversabile, ma non ancora risanata. La misura razionale del profetismo di Dante è remota dagli sfondamenti dell'annuncio gioachimita. E se il tasso indiscutibile di utopismo presente nel poema sacro distingue Dante da Agostino, questa differenza non è totale. Per ritrovare la radice agostiniana di Dante occorre certo rimuovere non pochi strati allotri a essa sovrapposti, lo scatto di insofferenza verso il presente, l'inclinazione a puntare sul futuro storico, la certezza di una svolta imminente in grado di sfociare su un assetto di pace duratura. Ma Dante ha trattenuto la consapevolezza agostiniana dell'ambivalenza della storia e della necessità di "remedia" vincolanti, di istituzioni che non possono tramontare, se non alla fine della storia stessa, alla separazione del grano dal loglio.
978-88-8241-367-5
Dante; Veltro; Escatologia; Gioachimismo; Agostino
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/20.500.11769/106785
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