Ogni convegno ha una sua storia. Ci sono anche ‘convegni storici’ che stabiliscono con le proprie origini culturali e con la volontà di chi li ha promossi un rapporto quasi mitico. Nel tempo mito e storia arrivano paradossalmente a coincidere nella percezione comune. L’Associazione Italiana di Studi Catalani, dopo un lungo periodo di silenzio durato dal 2000 al 2005, originato in parte dalla scarsa spendibilità accademica della lingua e della letteratura catalane seguita alla rideterminazione dei settori scientifico-disciplinari nazionali, ha saputo fare tesoro delle avversità, rispettando quasi alla perfezione, dal 2005 ad oggi, la cadenza statutaria tra un convegno e l’altro: Napoli (2005), Venezia (2008) e Verona (2012). Per il convegno scaligero la nostra Associazione deve un ringraziamento particolare alla città veneta, alla sua università e alle amministrazioni provinciale e comunale che hanno offerto la loro collaborazione pur in un contesto economicamente complicato: le istituzioni sono poi persone e le persone hanno reso visibile quell’«amorevolezza», eletta a tema del nostro convegno, di cui certamente Verona è ipostatizzazione universale. Si discute piuttosto vivacemente se i convegni, sia di ambito umanistico che scientifico, non possano essere soppiantati (o, di fatto, non lo siano già) dalle infinite possibilità di ‘fare rete’ – come si insiste a dire oggi con metafora alieutica – in modo virtuale, senza bisogno di spostarsi fisicamente. Di certo i termini potranno essere discussi e ridefiniti anche sulla base, non certo secondaria, dei maggiori costi che ogni iniziativa analogica presenta rispetto al suo contraltare digitale. Pensiamo tuttavia che sia ancora utile il convegno, nel senso classico, e non per i motivi che si possono simpaticamente ricavare dalla lettura di un celebre romanzo di David Lodge di parecchi lustri fa, ma per la carica motivazionale che i convegni inducono, per le estemporanee discussioni che ne scaturiscono, ben più che ipertestuali, nonché per la convivialità platonica che contribuisce a coagulare idee e collaborazioni altamente proficue, non riducibili a format esclusivamente digitali e/o telematici. In questo senso il nostro convegno è stato dunque ‘storico’, perché immerso nella storia della città che l’ha ospitato, a stretto contatto con le sue vie e i suoi luoghi, con le persone che, con non poche fatiche, lo hanno organizzato. I risultati che qui offriamo costituiscono paradossalmente solo una parte del contenuto complessivo dell’incontro: una parte perché il merito scientifico di un convegno non è quasi mai riconducibile solo alla somma delle relazioni presentate, discusse o annunciate. Del ‘paratesto’ dell’incontro, esclusivo dell’ingiustamente vituperato mondo analogico, non rimane in genere traccia nei volumi: discussioni, incertezze, aggiustamenti, ambiguità, polemiche e suggestioni. Tutto ciò si trasforma in potenziale altra ricerca, che allarga l’orizzonte e arricchisce le discipline, rimanendo tenacemente in ciascuno dei partecipanti come un’eco di quei giorni che nessun libro, per quanto completo, potrà mai documentare. Il volume però viaggia con le proprie pagine, o con i propri byte, percorrendo altre strade, arrivando ad altre città. Una testimonianza puntuale, riveduta e meditata di quelle giornate viene così consegnata a una più complessa temporalità, anche se privata della circostanza che l’ha prodotta. Il contenuto, con una scansione in parte diversa da quella del convegno, è qui articolato in cinque parti. La prima, che introduce al macro-tema attraverso la poesia, il teatro e il cinema, si apre con un testo di Marta Pessarrodona, che ci consegna un excursus sulla presenza e sul trattamento della città nella sua poesia; il secondo contributo è quello di Jordi Sala Lleal, che tratta lo spazio urbano nel teatro, ripercorrendo in particolare la ricezione catalana di Romeo e Giulietta, e si chiude con i riferimenti alle versioni cinematografiche del capolavoro shakespeariano; è poi interamente dedicato al cinema il terzo articolo della sezione, in cui Jaume Martí-Olivella, dopo un ampio studio sul cinema catalano in tutti i suoi aspetti, considera Elisa K come paradigma della confluenza tra tradizione e innovazione nel «Nou Cinema Català». La seconda è dedicata più specificamente alla città e all’amore e in essa il lettore potrà riconoscere tre sezioni: la prima, che comprende i contributi di Marco Pedretti, Marco Artigas e Tomàs Martínez Romero, è focalizzata sull’evoluzione delle teorie sull’amore e delle loro espressioni letterarie tra il Medio Evo e la fine del Quattrocento; nella seconda, invece, Antoni Ferrando, Josep V. Escartí e Gemma Pellissa trattano da diversi punti di vista la narrativa amorosa tardo-medievale, tra spazi italici, catalani e valenciani; nella terza, infine, raccogliamo i testi sull’amore e la città nel XX secolo, con i contributi di Lluís Servera, Maria Jesús Francès e del binomio Laura Soler, Mireia Companys. La terza parte, che raccoglie i contributi di Eduard Cairol, Umberto Fedrigo, Manuel Llanas, Joaquim Espinós, Pep Valsalobre, Rafael Roca e Òscar Banegas, è un denso capitolo dedicato ai testi sulla letteratura di viaggio, sulla passeggiata del flâneur e sul lavoro degli autori catalani all’estero. Nella quarta, invece, abbiamo raccolto i testi inerenti gli scambi di idee e di poetiche tra Italia e paesi di lingua catalana: dal teatro italiano nella Catalogna franchista (Enric Gallén) alle traduzioni di letteratura italiana operate da Maria Antonia Capmany (Eusebi Coromina), alla influenza di Pinocchio nella letteratura catalana (Carme Rubio), a due contributi sulle traduzioni di Verdaguer in italiano (Núria Camps; Ramon Pinyol e M. Àngels Verdaguer). La quinta ed ultima parte è dedicata ai progetti in corso, che promuovono la cultura catalana in Italia e nel mondo e, pur essendo radicati rispettivamente ad Alicante e a Lleida, vedono anche la partecipazione di studiosi italiani: si tratta del progetto IVITRA, presentato da Vicent Martines, M. Àngels Fuster, Elena Sánchez e Jordi Antolí e del Corpus literari digital, illustrato da Joan Ramon Veny-Mesquida e Jordi Malé. Alla fine abbiamo inserito una bibliografia suddivisa in parti che raccoglie tutti i testi citati dai singoli autori e un indice dei nomi che vuole essere utile ai lettori per districarsi in un libro ampio e ricco, unitario, ma dai contenuti molteplici. Un volume che, grazie al contributo di tutti i colleghi, attesta – così vogliamo sperare – la serietà della ricerca, la pluralità degli orizzonti, la vitalità della cultura nel mondo di lingua catalana, aperto e globale da sempre, e rafforza – ci auguriamo – gli antichi e sempre proficui legami culturali tra i paesi di lingua catalana e l’Italia.

La ciutat de l'amor. Scrivere la città, raccontare i sentimenti, Atti del X Congresso Internazionale dell’Associazione Italiana di Studi Catalani (Verona, 22-25 febbraio, 2012).

CARRERAS GOICOECHEA, MARIA;
2013-01-01

Abstract

Ogni convegno ha una sua storia. Ci sono anche ‘convegni storici’ che stabiliscono con le proprie origini culturali e con la volontà di chi li ha promossi un rapporto quasi mitico. Nel tempo mito e storia arrivano paradossalmente a coincidere nella percezione comune. L’Associazione Italiana di Studi Catalani, dopo un lungo periodo di silenzio durato dal 2000 al 2005, originato in parte dalla scarsa spendibilità accademica della lingua e della letteratura catalane seguita alla rideterminazione dei settori scientifico-disciplinari nazionali, ha saputo fare tesoro delle avversità, rispettando quasi alla perfezione, dal 2005 ad oggi, la cadenza statutaria tra un convegno e l’altro: Napoli (2005), Venezia (2008) e Verona (2012). Per il convegno scaligero la nostra Associazione deve un ringraziamento particolare alla città veneta, alla sua università e alle amministrazioni provinciale e comunale che hanno offerto la loro collaborazione pur in un contesto economicamente complicato: le istituzioni sono poi persone e le persone hanno reso visibile quell’«amorevolezza», eletta a tema del nostro convegno, di cui certamente Verona è ipostatizzazione universale. Si discute piuttosto vivacemente se i convegni, sia di ambito umanistico che scientifico, non possano essere soppiantati (o, di fatto, non lo siano già) dalle infinite possibilità di ‘fare rete’ – come si insiste a dire oggi con metafora alieutica – in modo virtuale, senza bisogno di spostarsi fisicamente. Di certo i termini potranno essere discussi e ridefiniti anche sulla base, non certo secondaria, dei maggiori costi che ogni iniziativa analogica presenta rispetto al suo contraltare digitale. Pensiamo tuttavia che sia ancora utile il convegno, nel senso classico, e non per i motivi che si possono simpaticamente ricavare dalla lettura di un celebre romanzo di David Lodge di parecchi lustri fa, ma per la carica motivazionale che i convegni inducono, per le estemporanee discussioni che ne scaturiscono, ben più che ipertestuali, nonché per la convivialità platonica che contribuisce a coagulare idee e collaborazioni altamente proficue, non riducibili a format esclusivamente digitali e/o telematici. In questo senso il nostro convegno è stato dunque ‘storico’, perché immerso nella storia della città che l’ha ospitato, a stretto contatto con le sue vie e i suoi luoghi, con le persone che, con non poche fatiche, lo hanno organizzato. I risultati che qui offriamo costituiscono paradossalmente solo una parte del contenuto complessivo dell’incontro: una parte perché il merito scientifico di un convegno non è quasi mai riconducibile solo alla somma delle relazioni presentate, discusse o annunciate. Del ‘paratesto’ dell’incontro, esclusivo dell’ingiustamente vituperato mondo analogico, non rimane in genere traccia nei volumi: discussioni, incertezze, aggiustamenti, ambiguità, polemiche e suggestioni. Tutto ciò si trasforma in potenziale altra ricerca, che allarga l’orizzonte e arricchisce le discipline, rimanendo tenacemente in ciascuno dei partecipanti come un’eco di quei giorni che nessun libro, per quanto completo, potrà mai documentare. Il volume però viaggia con le proprie pagine, o con i propri byte, percorrendo altre strade, arrivando ad altre città. Una testimonianza puntuale, riveduta e meditata di quelle giornate viene così consegnata a una più complessa temporalità, anche se privata della circostanza che l’ha prodotta. Il contenuto, con una scansione in parte diversa da quella del convegno, è qui articolato in cinque parti. La prima, che introduce al macro-tema attraverso la poesia, il teatro e il cinema, si apre con un testo di Marta Pessarrodona, che ci consegna un excursus sulla presenza e sul trattamento della città nella sua poesia; il secondo contributo è quello di Jordi Sala Lleal, che tratta lo spazio urbano nel teatro, ripercorrendo in particolare la ricezione catalana di Romeo e Giulietta, e si chiude con i riferimenti alle versioni cinematografiche del capolavoro shakespeariano; è poi interamente dedicato al cinema il terzo articolo della sezione, in cui Jaume Martí-Olivella, dopo un ampio studio sul cinema catalano in tutti i suoi aspetti, considera Elisa K come paradigma della confluenza tra tradizione e innovazione nel «Nou Cinema Català». La seconda è dedicata più specificamente alla città e all’amore e in essa il lettore potrà riconoscere tre sezioni: la prima, che comprende i contributi di Marco Pedretti, Marco Artigas e Tomàs Martínez Romero, è focalizzata sull’evoluzione delle teorie sull’amore e delle loro espressioni letterarie tra il Medio Evo e la fine del Quattrocento; nella seconda, invece, Antoni Ferrando, Josep V. Escartí e Gemma Pellissa trattano da diversi punti di vista la narrativa amorosa tardo-medievale, tra spazi italici, catalani e valenciani; nella terza, infine, raccogliamo i testi sull’amore e la città nel XX secolo, con i contributi di Lluís Servera, Maria Jesús Francès e del binomio Laura Soler, Mireia Companys. La terza parte, che raccoglie i contributi di Eduard Cairol, Umberto Fedrigo, Manuel Llanas, Joaquim Espinós, Pep Valsalobre, Rafael Roca e Òscar Banegas, è un denso capitolo dedicato ai testi sulla letteratura di viaggio, sulla passeggiata del flâneur e sul lavoro degli autori catalani all’estero. Nella quarta, invece, abbiamo raccolto i testi inerenti gli scambi di idee e di poetiche tra Italia e paesi di lingua catalana: dal teatro italiano nella Catalogna franchista (Enric Gallén) alle traduzioni di letteratura italiana operate da Maria Antonia Capmany (Eusebi Coromina), alla influenza di Pinocchio nella letteratura catalana (Carme Rubio), a due contributi sulle traduzioni di Verdaguer in italiano (Núria Camps; Ramon Pinyol e M. Àngels Verdaguer). La quinta ed ultima parte è dedicata ai progetti in corso, che promuovono la cultura catalana in Italia e nel mondo e, pur essendo radicati rispettivamente ad Alicante e a Lleida, vedono anche la partecipazione di studiosi italiani: si tratta del progetto IVITRA, presentato da Vicent Martines, M. Àngels Fuster, Elena Sánchez e Jordi Antolí e del Corpus literari digital, illustrato da Joan Ramon Veny-Mesquida e Jordi Malé. Alla fine abbiamo inserito una bibliografia suddivisa in parti che raccoglie tutti i testi citati dai singoli autori e un indice dei nomi che vuole essere utile ai lettori per districarsi in un libro ampio e ricco, unitario, ma dai contenuti molteplici. Un volume che, grazie al contributo di tutti i colleghi, attesta – così vogliamo sperare – la serietà della ricerca, la pluralità degli orizzonti, la vitalità della cultura nel mondo di lingua catalana, aperto e globale da sempre, e rafforza – ci auguriamo – gli antichi e sempre proficui legami culturali tra i paesi di lingua catalana e l’Italia.
STORIA DELLE CITTÀ; IL TEMA DI AMORE E MORTE; ARTE DEL RACCONTARE STORIE; CATALANO-ITALIANO
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/20.500.11769/114376
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