Il volume -pubblicato dall’Unione Accademica Nazionale, branca dell’Accademia dei Lincei- verte sullo studio delle ceramiche attiche a figure nere e rosse provenienti dal Persephoneion di Locri Epizefiri scavato agli inizi del ‘900, da Paolo Orsi, che le rinvenne, al di sotto di un consistente strato di pinakes frammentari, nella cosiddetta “favissa”, situata nel vallone compreso tra i colli Abbadessa e Mannella. Si tratta di circa 1500 vasi e frammenti realizzati nella tecnica figure nere e rosse, che coprono un range cronologico che va dal 580 al 430 a.C. circa, e di cui, fino ad ora, nulla o molto poco era stato studiato e pubblicato. Nella monografia in oggetto sono analizzati i frammenti già attribuiti da J.D. Beazley ( circa 200), tutti fortemente lacunosi, di cui si sono ricostruiti con completezza, i soggetti mitologici e quelli raffiguranti momenti di vita quotidiana. È questo un aspetto fondamentale per la comprensione della religiosità e ritualità all’interno del santuario dedicato a Persefone. Se è, infatti, innegabile che la selezione dei materiali attici, in particolare ceramici, fuori dall’ambito di produzione, dipende principalmente da fattori di circolazione, tuttavia allo stesso tempo non possiamo trascurare il ruolo di grande selettore svolto dall’ideologia religiosa. Le ceramiche attiche del Persephoneion sono state esaminate secondo due criteri: di funzionalità e di finalità. Sono stati selezionati, cioè, vasi legati alla sfera simposiale, al mundus muliebris, vasi plastici, skyphoi, ecc. e dall’altro si è operata una distinzione tra esemplari offerti, presumibilmente, come anathemata e quanti, invece, erano essenzialmente, usati nelle performance sacrificali e rituali. Tra i primi sono certamente da annoverare gli splendidi rhyta attribuiti a Sotades, le lekanides (di un diametro superiore ai cm. 50) opera dei Pittori di Edimburgo, dei Niobidi ecc., le rare e preziose coppe realizzate nella tecnica a fondo bianco, che, probabilmente, svolgevano nel santuario la stessa funzione dei celeberrimi pinakes; tra i secondi, i vasi per versare come le oinochoai, le olpai, le anfore, i numerosissimi skyphoi, funzionali alle libagioni rituali, ma anche crateri (a volute, calice, e a colonnette), che spingono ad ipotizzare la pratica del simposio rituale, la cui esistenza è già documentata nel santuario di Demetra e Kore a Corinto, in quelli di Hera a Samos, dei Cabiri a Tebe, e, infine, anche nel santuario di Gravisca. L’altro criterio ha riguardato l’esegesi delle immagini dipinte sui vasi attici, per verificare se la variabilità rappresentativa che si riscontra nel repertorio vascolare poteva fornire un supporto per la comprensione delle dinamiche inerenti alla sfera del culto, cosa tutt’altro che semplice, perché il materiale locrese è costituito in grande parte da esemplari frammentari, dei quali bisognava, in via preliminare, ricostruire le scene. Se, in genere, il repertorio figurato appare allinearsi alla moda del tempo, utilizzando le immagini che, solitamente, si ritrovano sulle diverse classi morfologiche, tuttavia l’analisi delle ceramiche del Persephoneion, sembra mostrare, in molti casi, una specificità iconografica legata al santuario ed alla sua realtà cultuale. La selezione delle immagini non sempre, infatti, appare frutto di casualità: se certamente i temi presenti non sono tutti di pertinenza femminile né rimandano in maniera diretta a Kore/Persephone, tuttavia l’insistenza su alcuni ambiti tematici quali le scene di inseguimento, di esecuzione musicale o ancora quelle di armamento, trova uno stringente riscontro nella realtà religiosa e cultuale del santuario. Non sembra casuale anche la frequenza sui vasi di figure mitiche strettamente connesse con l’originaria cultura laconica dei Locresi, come Eracle, protomystes del culto misterico, dipinto quale simposiasta oppure mentre discende agli Inferi –su una splendida anfora dipinta da Exekias – o ancora Aiace Oileo e Achille, che a Locri era oggetto di culto, i Dioscuri e il loro ospite Fineo, Selene, che secondo la tradizione mitica abbeverò i cavalli di Castore e Polluce, e Elena, la sorella dei Dioscuri, che nella cultura locrese non è la “femme fatale” responsabile della guerra di Troia, bensì una figura divina, oggetto di culto in vari siti della Grecia. Altrettanto carica di significato l’alta percentuale di scene di ratto erotico, alcune delle quali emblematiche del rito nuziale, quale l’inseguimento di Teti da parte di Peleo, o il ratto di Orizia da parte di Borea diphyēs, come è raffigurato prima sull’arca di Cipselo e poi sul frammento di una coppa di Siana, proveniente dal santuario della Mannella, attribuibile al Pittore C.

I frammenti Beazley dal Persephoneion di Locri Epizefiri. Una ricostruzione iconografica e iconologica (Unione Accademica Nazionale. Quaderni del CVA Italia, serie monografica, vol. 3), L’Erma di Bretschneider

GIUDICE ELVIA;GIUDICE GIADA
2018

Abstract

Il volume -pubblicato dall’Unione Accademica Nazionale, branca dell’Accademia dei Lincei- verte sullo studio delle ceramiche attiche a figure nere e rosse provenienti dal Persephoneion di Locri Epizefiri scavato agli inizi del ‘900, da Paolo Orsi, che le rinvenne, al di sotto di un consistente strato di pinakes frammentari, nella cosiddetta “favissa”, situata nel vallone compreso tra i colli Abbadessa e Mannella. Si tratta di circa 1500 vasi e frammenti realizzati nella tecnica figure nere e rosse, che coprono un range cronologico che va dal 580 al 430 a.C. circa, e di cui, fino ad ora, nulla o molto poco era stato studiato e pubblicato. Nella monografia in oggetto sono analizzati i frammenti già attribuiti da J.D. Beazley ( circa 200), tutti fortemente lacunosi, di cui si sono ricostruiti con completezza, i soggetti mitologici e quelli raffiguranti momenti di vita quotidiana. È questo un aspetto fondamentale per la comprensione della religiosità e ritualità all’interno del santuario dedicato a Persefone. Se è, infatti, innegabile che la selezione dei materiali attici, in particolare ceramici, fuori dall’ambito di produzione, dipende principalmente da fattori di circolazione, tuttavia allo stesso tempo non possiamo trascurare il ruolo di grande selettore svolto dall’ideologia religiosa. Le ceramiche attiche del Persephoneion sono state esaminate secondo due criteri: di funzionalità e di finalità. Sono stati selezionati, cioè, vasi legati alla sfera simposiale, al mundus muliebris, vasi plastici, skyphoi, ecc. e dall’altro si è operata una distinzione tra esemplari offerti, presumibilmente, come anathemata e quanti, invece, erano essenzialmente, usati nelle performance sacrificali e rituali. Tra i primi sono certamente da annoverare gli splendidi rhyta attribuiti a Sotades, le lekanides (di un diametro superiore ai cm. 50) opera dei Pittori di Edimburgo, dei Niobidi ecc., le rare e preziose coppe realizzate nella tecnica a fondo bianco, che, probabilmente, svolgevano nel santuario la stessa funzione dei celeberrimi pinakes; tra i secondi, i vasi per versare come le oinochoai, le olpai, le anfore, i numerosissimi skyphoi, funzionali alle libagioni rituali, ma anche crateri (a volute, calice, e a colonnette), che spingono ad ipotizzare la pratica del simposio rituale, la cui esistenza è già documentata nel santuario di Demetra e Kore a Corinto, in quelli di Hera a Samos, dei Cabiri a Tebe, e, infine, anche nel santuario di Gravisca. L’altro criterio ha riguardato l’esegesi delle immagini dipinte sui vasi attici, per verificare se la variabilità rappresentativa che si riscontra nel repertorio vascolare poteva fornire un supporto per la comprensione delle dinamiche inerenti alla sfera del culto, cosa tutt’altro che semplice, perché il materiale locrese è costituito in grande parte da esemplari frammentari, dei quali bisognava, in via preliminare, ricostruire le scene. Se, in genere, il repertorio figurato appare allinearsi alla moda del tempo, utilizzando le immagini che, solitamente, si ritrovano sulle diverse classi morfologiche, tuttavia l’analisi delle ceramiche del Persephoneion, sembra mostrare, in molti casi, una specificità iconografica legata al santuario ed alla sua realtà cultuale. La selezione delle immagini non sempre, infatti, appare frutto di casualità: se certamente i temi presenti non sono tutti di pertinenza femminile né rimandano in maniera diretta a Kore/Persephone, tuttavia l’insistenza su alcuni ambiti tematici quali le scene di inseguimento, di esecuzione musicale o ancora quelle di armamento, trova uno stringente riscontro nella realtà religiosa e cultuale del santuario. Non sembra casuale anche la frequenza sui vasi di figure mitiche strettamente connesse con l’originaria cultura laconica dei Locresi, come Eracle, protomystes del culto misterico, dipinto quale simposiasta oppure mentre discende agli Inferi –su una splendida anfora dipinta da Exekias – o ancora Aiace Oileo e Achille, che a Locri era oggetto di culto, i Dioscuri e il loro ospite Fineo, Selene, che secondo la tradizione mitica abbeverò i cavalli di Castore e Polluce, e Elena, la sorella dei Dioscuri, che nella cultura locrese non è la “femme fatale” responsabile della guerra di Troia, bensì una figura divina, oggetto di culto in vari siti della Grecia. Altrettanto carica di significato l’alta percentuale di scene di ratto erotico, alcune delle quali emblematiche del rito nuziale, quale l’inseguimento di Teti da parte di Peleo, o il ratto di Orizia da parte di Borea diphyēs, come è raffigurato prima sull’arca di Cipselo e poi sul frammento di una coppa di Siana, proveniente dal santuario della Mannella, attribuibile al Pittore C.
978-88-913-1711-7
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/20.500.11769/359359
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