Nel 1945, viene pubblicato il grande libro di Jean Laporte, Le rationalisme de Descartes. A cinque anni di distanza, vede la luce il capolavoro di Ferdinand Al-quié, La découverte métaphysique de l’homme chez Descartes. Un segno particolare, questo, nella storia della storiografia filosofica, un evento importante nella costellazione degli studi cartesiani: l’astro di Alquié si affianca meritatamente a quello di Laporte, L’opera di Alquié apre nuovi orizzonti nella letteratura critica cartesiana e, tra l’altro, risponde meglio alle sollecitazioni provenienti dal clima culturale che si va affermando negli anni che precedono e seguono il secondo conflitto mondiale. Addirittura qualcuno vede un Alquié che si sforza di scoprire un «Descartes esistenzialista». Ovviamente, si tratta di una forzatura generata dal fraintendere l’innegabile interesse di Alquié per l’esistenzialismo con una sua piena ed entusiastica adesione. In verità, ciò che ora irrompe prepotentemente nello scenario storiografico su Descartes, e ciò che assume un ruolo centrale nell’interpretazione di Alquié, è la metafisica. L’uomo di Descartes non è creatore di valori, egli conserva il senso dell’adorazione, della sottomissione all’esteriorità dell’Essere; la sua ultima parola sarà l’amore. La metafisica gli permetterà pure di ritrovare, senza illusioni e con la ragione, l’emozione della sua ammirazione perduta, e, mediante la dottrina della veracità divina, sostituirà, all’immagine desolante e liberatrice di uno spazio senza qualità, l’idea di un Dio che, se non ha fatto per noi il mondo, sembra tuttavia parlare, come nel giardino della Genesi, a un uomo che non avrebbe avuto infanzia. Ciò non toglie che l’essere dell’uomo, essendo quello di una coscienza, non è in sé che negatività e si comprende perché è a causa dell’uomo che nessun sistema fu possibile.

La scoperta metafisica dell'uomo in Descartes

Maria Vita Romeo
2019

Abstract

Nel 1945, viene pubblicato il grande libro di Jean Laporte, Le rationalisme de Descartes. A cinque anni di distanza, vede la luce il capolavoro di Ferdinand Al-quié, La découverte métaphysique de l’homme chez Descartes. Un segno particolare, questo, nella storia della storiografia filosofica, un evento importante nella costellazione degli studi cartesiani: l’astro di Alquié si affianca meritatamente a quello di Laporte, L’opera di Alquié apre nuovi orizzonti nella letteratura critica cartesiana e, tra l’altro, risponde meglio alle sollecitazioni provenienti dal clima culturale che si va affermando negli anni che precedono e seguono il secondo conflitto mondiale. Addirittura qualcuno vede un Alquié che si sforza di scoprire un «Descartes esistenzialista». Ovviamente, si tratta di una forzatura generata dal fraintendere l’innegabile interesse di Alquié per l’esistenzialismo con una sua piena ed entusiastica adesione. In verità, ciò che ora irrompe prepotentemente nello scenario storiografico su Descartes, e ciò che assume un ruolo centrale nell’interpretazione di Alquié, è la metafisica. L’uomo di Descartes non è creatore di valori, egli conserva il senso dell’adorazione, della sottomissione all’esteriorità dell’Essere; la sua ultima parola sarà l’amore. La metafisica gli permetterà pure di ritrovare, senza illusioni e con la ragione, l’emozione della sua ammirazione perduta, e, mediante la dottrina della veracità divina, sostituirà, all’immagine desolante e liberatrice di uno spazio senza qualità, l’idea di un Dio che, se non ha fatto per noi il mondo, sembra tuttavia parlare, come nel giardino della Genesi, a un uomo che non avrebbe avuto infanzia. Ciò non toglie che l’essere dell’uomo, essendo quello di una coscienza, non è in sé che negatività e si comprende perché è a causa dell’uomo che nessun sistema fu possibile.
9788849859492
metafisica, antropologia, descartes, razionalismo, valori
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/20.500.11769/366320
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