Il contributo si inquadra all’interno di una riflessione sul protestantesimo siciliano affrontata attraverso il punto di vista privilegiato della letteratura e in particolare attraverso i testi di due autori che nella seconda metà del XVI secolo furono coinvolti in processi per eresia, a vario titolo. Lo scrittore più estesamente trattato è Marco Filippi (1521 ca-1563), originario di Bagnara Calabra, ma attivo nella corte e nelle Accademie palermitane, che si riteneva fosse stato dapprima imprigionato ma poi “riconciliato” e quindi liberato dal Tribunale della Fede, mentre – come il contributo per la prima volta dimostra – fu giustiziato e bruciato durante l’autodafé celebrato a Palermo il 13 aprile del 1563. Autore di diversi scritti (tra i quali le Lettere sopra il Furioso dell’Ariosto in ottava rima, pubblicate postume) egli compose dal carcere dell’Inquisizione una raccolta di Rime spirituali e alcune Stanze della Maddalena a Christo. Abbandonata la lirica amorosa il poeta sostituisce alla figura femminile, che dominava nei componimenti dei petrarchisti, l’immagine divina sulla scorta di alcuni esempi di canzonieri di argomento religioso già pubblicati nella prima metà del secolo, come quello di Vittoria Colonna. Ma è un Deus absconditus quello che abita i versi del Filippi, una divinità che si nega, che sembra sorda alle preghiere del figlio immerso nel peccato e nel dolore. Nodo centrale delle liriche è, infatti, la battaglia spirituale che si combatte nell’animo del poeta: una guerra intima che discende da una visione della religione come percorso privato, individuale, lacerante, che nasce da una personale riflessione sulle Scritture.

Letterati siciliani tra Riforma e Inquisizione nel XVI secolo

Agnese Amaduri
2014

Abstract

Il contributo si inquadra all’interno di una riflessione sul protestantesimo siciliano affrontata attraverso il punto di vista privilegiato della letteratura e in particolare attraverso i testi di due autori che nella seconda metà del XVI secolo furono coinvolti in processi per eresia, a vario titolo. Lo scrittore più estesamente trattato è Marco Filippi (1521 ca-1563), originario di Bagnara Calabra, ma attivo nella corte e nelle Accademie palermitane, che si riteneva fosse stato dapprima imprigionato ma poi “riconciliato” e quindi liberato dal Tribunale della Fede, mentre – come il contributo per la prima volta dimostra – fu giustiziato e bruciato durante l’autodafé celebrato a Palermo il 13 aprile del 1563. Autore di diversi scritti (tra i quali le Lettere sopra il Furioso dell’Ariosto in ottava rima, pubblicate postume) egli compose dal carcere dell’Inquisizione una raccolta di Rime spirituali e alcune Stanze della Maddalena a Christo. Abbandonata la lirica amorosa il poeta sostituisce alla figura femminile, che dominava nei componimenti dei petrarchisti, l’immagine divina sulla scorta di alcuni esempi di canzonieri di argomento religioso già pubblicati nella prima metà del secolo, come quello di Vittoria Colonna. Ma è un Deus absconditus quello che abita i versi del Filippi, una divinità che si nega, che sembra sorda alle preghiere del figlio immerso nel peccato e nel dolore. Nodo centrale delle liriche è, infatti, la battaglia spirituale che si combatte nell’animo del poeta: una guerra intima che discende da una visione della religione come percorso privato, individuale, lacerante, che nasce da una personale riflessione sulle Scritture.
9788898490103
Inquisizione, Sicilia, Cinquecento, Riforma protestante, Letteratura
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/20.500.11769/370100
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