Il contributo analizza il Capitolo burlesco in ternari In lode della torta, composto nel 1565 dallo scrittore e giurista palermitano Giovan Guglielmo Bonincontro mentre si trovava rinchiuso nelle carceri del Sant’Uffizio, accusato di eresia luterana. Il capitolo, edito da Coppoler Orlando nel 1905, presentava problemi di attribuzione e di ricostruzione del testo stesso; pertanto il contributo parte da una imprescindibile riflessione sulla paternità dei versi, che vengono attribuiti a Giovan Guglielmo Bonincontro e non al fretello di lui, Mariano, come sosteneva il Coppoler e poi analizza il testo restando fedele all’unico manoscritto che lo ha tramandato e che è custodito presso la Bioblioteca Comunale di Palermo. Successivamente il saggio analizza il componimento sotto il profilo stilistico. Il Capitolo, che ha già la peculiarità di estendersi per ben 574 versi (una lunghezza inedita per questo genere), è caratterizzato da una certa autonomia rispetto alla tradizione bernesca che ne è comunque imprescindibile antecedente e ispiratrice; il dettato del Berni viene infatti parzialmente tradito per creare una commistione tra tono burlesco presente in tutta la parte centrale del componimento, e caratterizzato dalla garula e straripante esaltazione della torta, e tono satirico e autobiografico (sull’esempio del Machiavelli e dell’Ariosto) in cui trovano spazio anche le malinconiche confessioni della tragica condizione di vita all’interno delle carceri inquisitoriali. Il poeta, insomma, dovendo prevenire la censura dei suoi scritti, affida l’apologia di se stesso ad un genere, quello del capitolo burlesco, che più facilmente avrebbe potuto ammantare la tensione polemica che, in effetti, traspare dai versi.

“Un luogo aspro di tenebre vestito”: Giovan Guglielmo Bonincontro nelle carceri del Sant’Uffizio di Palermo

Agnese Amaduri
2009

Abstract

Il contributo analizza il Capitolo burlesco in ternari In lode della torta, composto nel 1565 dallo scrittore e giurista palermitano Giovan Guglielmo Bonincontro mentre si trovava rinchiuso nelle carceri del Sant’Uffizio, accusato di eresia luterana. Il capitolo, edito da Coppoler Orlando nel 1905, presentava problemi di attribuzione e di ricostruzione del testo stesso; pertanto il contributo parte da una imprescindibile riflessione sulla paternità dei versi, che vengono attribuiti a Giovan Guglielmo Bonincontro e non al fretello di lui, Mariano, come sosteneva il Coppoler e poi analizza il testo restando fedele all’unico manoscritto che lo ha tramandato e che è custodito presso la Bioblioteca Comunale di Palermo. Successivamente il saggio analizza il componimento sotto il profilo stilistico. Il Capitolo, che ha già la peculiarità di estendersi per ben 574 versi (una lunghezza inedita per questo genere), è caratterizzato da una certa autonomia rispetto alla tradizione bernesca che ne è comunque imprescindibile antecedente e ispiratrice; il dettato del Berni viene infatti parzialmente tradito per creare una commistione tra tono burlesco presente in tutta la parte centrale del componimento, e caratterizzato dalla garula e straripante esaltazione della torta, e tono satirico e autobiografico (sull’esempio del Machiavelli e dell’Ariosto) in cui trovano spazio anche le malinconiche confessioni della tragica condizione di vita all’interno delle carceri inquisitoriali. Il poeta, insomma, dovendo prevenire la censura dei suoi scritti, affida l’apologia di se stesso ad un genere, quello del capitolo burlesco, che più facilmente avrebbe potuto ammantare la tensione polemica che, in effetti, traspare dai versi.
8877965444
Carceri, Letteratura, Inquisizione, Cinquecento
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/20.500.11769/370162
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