Il saggio indaga la fortuna del mito di Galatea a partire dalla fonte ovidiana delle Metamorfosi fino alle riscritture di età umanistica. La ninfa Galatea, figlia di Nereo, dio del mare, e di Doride, figlia dell’Oceano e di Teti, innamorata del pastorello Aci e contesa da Polifemo, ha avuto una fortunata frequenza in arte e in letteratura. Sarà nel Rinascimento, con Raffaello, che il tema conoscerà una fortunata elaborazione come soggetto iconografico; nel Seicento, invece, grazie a Tommaso Stigliani (Il Polifemo, 1600), Gabriello Chiabrera (Galatea o Le grotte di Fassolo, 1622), Giambattista Marino (Adone, 1623), e ad alcuni marinisti minori, la favola d’amore del giovinetto ucciso per gelosia dal gigante, che gli scaglia contro un masso, conoscerà una fama che si prolungherà nel Settecento di Metastasio (La Galatea, 1721-22) suscitando anche la facile arguzia satirica del poeta palermitano Giovanni Meli (La fata galanti, 1759) e trasmigrando nell’ambito della musica classica, con Händel. L’origine del mito e della sua fortuna scaturisce dal modo in cui il sangue del ragazzo, affiorante da sotto la roccia che lo schiaccia, si trasforma nel corso d’acqua sotterraneo che i greci chiamarono Akis, dal nome del ragazzo trasformato in dio fluviale da Galatea.

Il sangue di Aci: variazioni sul mito di Galatea nella letteratura italiana medievale

Castelli Rosario
2018

Abstract

Il saggio indaga la fortuna del mito di Galatea a partire dalla fonte ovidiana delle Metamorfosi fino alle riscritture di età umanistica. La ninfa Galatea, figlia di Nereo, dio del mare, e di Doride, figlia dell’Oceano e di Teti, innamorata del pastorello Aci e contesa da Polifemo, ha avuto una fortunata frequenza in arte e in letteratura. Sarà nel Rinascimento, con Raffaello, che il tema conoscerà una fortunata elaborazione come soggetto iconografico; nel Seicento, invece, grazie a Tommaso Stigliani (Il Polifemo, 1600), Gabriello Chiabrera (Galatea o Le grotte di Fassolo, 1622), Giambattista Marino (Adone, 1623), e ad alcuni marinisti minori, la favola d’amore del giovinetto ucciso per gelosia dal gigante, che gli scaglia contro un masso, conoscerà una fama che si prolungherà nel Settecento di Metastasio (La Galatea, 1721-22) suscitando anche la facile arguzia satirica del poeta palermitano Giovanni Meli (La fata galanti, 1759) e trasmigrando nell’ambito della musica classica, con Händel. L’origine del mito e della sua fortuna scaturisce dal modo in cui il sangue del ragazzo, affiorante da sotto la roccia che lo schiaccia, si trasforma nel corso d’acqua sotterraneo che i greci chiamarono Akis, dal nome del ragazzo trasformato in dio fluviale da Galatea.
978-88-7667-709-0
Medioevo, Luoghi; Mitologia
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/20.500.11769/336335
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