Gli apparati del potere, attraverso pratiche disciplinari e di controllo coatto della "vagamunda" – termine dall’ambigua semantica, giacché può sinonimicamente designare la "puta" – ne espropriano il corpo per ‘ri-moralizzarlo’, capitalizzarlo come forza-lavoro e saturarne la superficie, in maniera indelebile e visibile, coi propri codici. È quanto emerge dal "Discvrso Qvarto, de la forma de reclusion y castigo para las mugeres vagabundas y delinquentes destos Reynos" (1598), di Cristóbal Pérez de Herrera, nonché dalla "Razon y forma de la galera y casa Real, que el Rey nuestro señor manda hazer en estos Reynos, para castigo de las mugeres vagantes, ladronas, alchuetas y otras semejantes" (1608) di (Sor?) Magdalena de San Jerónimo. Ciò che intendo dimostrare, analizzando le due opere alle quali ho fatto prima riferimento, è che il corpo della "vagamunda" – letto e raccontato, a differenza di quello dell’uomo "delincuente", soprattutto come corpo sessuato/riproduttivo/del desiderio – è sempre portatore di contagio fisico e morale; per questa ragione, se lo si reclude, se ne opacizza la morfologia, elidendo i caratteri sessuali primari/secondari (vestiario), ed eliminando da esso ogni traccia ulteriore di corporeità ‘femminile’ (capelli e sopracciglia – attraverso la rasatura –, trucco, profumo, gioielli). Inoltre, in quanto produttore di disordine socio-morale, il corpo della "vagamunda" va anche ‘contenuto’, a fini profilattici e per riaffermare l’ordine patriarcale, in spazi normativi (aperti o chiusi, ma comunque ‘controllati’) che ne decretano, di volta in volta, la totale visibilità (esecuzione pubblica del castigo, la "vergüença pública"), o invisibilità (casa galera). Il processo di totale espropriazione e reificazione del corpo della "vagamunda" si conclude, tanto per la recidiva, quanto per l’indocile che non si piega all’obbligo dello pseudo-riabilitante ora et labora, con la somministrazione di punizioni corporali (fustigazione, tortura, marchiatura a fuoco e, in rari casi, esecuzione capitale, la più ‘esemplare’ delle pene) che da una parte devono lasciare sul corpo della rea – per una precisa volontà di renderla ‘riconoscibile’, una volta tornata nella società civile – la marca tangibile della (ver)gogna e, dall’altra, reimmetterlo in un’economia verticistico-normativa del corporeo.

La vergogna scritta sul corpo: la vagabunda

anita fabiani
2018

Abstract

Gli apparati del potere, attraverso pratiche disciplinari e di controllo coatto della "vagamunda" – termine dall’ambigua semantica, giacché può sinonimicamente designare la "puta" – ne espropriano il corpo per ‘ri-moralizzarlo’, capitalizzarlo come forza-lavoro e saturarne la superficie, in maniera indelebile e visibile, coi propri codici. È quanto emerge dal "Discvrso Qvarto, de la forma de reclusion y castigo para las mugeres vagabundas y delinquentes destos Reynos" (1598), di Cristóbal Pérez de Herrera, nonché dalla "Razon y forma de la galera y casa Real, que el Rey nuestro señor manda hazer en estos Reynos, para castigo de las mugeres vagantes, ladronas, alchuetas y otras semejantes" (1608) di (Sor?) Magdalena de San Jerónimo. Ciò che intendo dimostrare, analizzando le due opere alle quali ho fatto prima riferimento, è che il corpo della "vagamunda" – letto e raccontato, a differenza di quello dell’uomo "delincuente", soprattutto come corpo sessuato/riproduttivo/del desiderio – è sempre portatore di contagio fisico e morale; per questa ragione, se lo si reclude, se ne opacizza la morfologia, elidendo i caratteri sessuali primari/secondari (vestiario), ed eliminando da esso ogni traccia ulteriore di corporeità ‘femminile’ (capelli e sopracciglia – attraverso la rasatura –, trucco, profumo, gioielli). Inoltre, in quanto produttore di disordine socio-morale, il corpo della "vagamunda" va anche ‘contenuto’, a fini profilattici e per riaffermare l’ordine patriarcale, in spazi normativi (aperti o chiusi, ma comunque ‘controllati’) che ne decretano, di volta in volta, la totale visibilità (esecuzione pubblica del castigo, la "vergüença pública"), o invisibilità (casa galera). Il processo di totale espropriazione e reificazione del corpo della "vagamunda" si conclude, tanto per la recidiva, quanto per l’indocile che non si piega all’obbligo dello pseudo-riabilitante ora et labora, con la somministrazione di punizioni corporali (fustigazione, tortura, marchiatura a fuoco e, in rari casi, esecuzione capitale, la più ‘esemplare’ delle pene) che da una parte devono lasciare sul corpo della rea – per una precisa volontà di renderla ‘riconoscibile’, una volta tornata nella società civile – la marca tangibile della (ver)gogna e, dall’altra, reimmetterlo in un’economia verticistico-normativa del corporeo.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/20.500.11769/366902
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