Troppo a lungo schiacciata sulla questione biografica (se fosse o meno una cortigiana e quale fosse la reale natura del suo rapporto con Collaltino di Collalto) solo nella seconda metà del Novecento la critica ha finalmente restituito al canzoniere di Gaspara Stampa un’adeguata collocazione all’interno della produzione poetica del Cinquecento. Il contributo si focalizza su un esiguo numero di componimenti (CCCIV-CCCXI secondo l’edizione Salza) che hanno carattere spiccatamente spirituale e che potrebbero essere considerati “di contrizione”, tenendo conto del travaglio religioso vissuto dalla scrittrice e della sua frequentazione di ambienti cripto-riformati molto attivi a Venezia, allora patria del mercato librario della penisola. In tali componimenti è ravvisabile un approccio alla divinità diverso rispetto al resto delle Rime: molto più intimo e personale. Un rapporto che sembrerebbe risentire, anche se con tutte le ambiguità e le incertezze date dalle scarse notizie biografiche, dell’influenza delle dottrine evangeliche. Ricorrono, infatti, le invocazioni alla Grazia divina e al sacrificio di Cristo quali unici elementi che potrebbero condurla alla salvezza; e in particolare nel sonetto CCCVI fanno la loro comparsa due elementi cardine della teologia riformata: la giustificazione per sola fede e la tesi della inutilità delle opere ai fini della salvezza. Particolari che – in assenza di ulteriori documenti, prestando fede solo alle testimonianze dei contemporanei e soprattutto restando legati ai suoi versi – spingerebbero ad accostare Gaspara Stampa ad una spiritualità di vaga matrice evangelica, ma non inquadrabile all’interno di una precisa confessione religiosa.

«China gli occhi al mio cor»: note sulle Rime di Gaspara Stampa

Agnese Amaduri
2018

Abstract

Troppo a lungo schiacciata sulla questione biografica (se fosse o meno una cortigiana e quale fosse la reale natura del suo rapporto con Collaltino di Collalto) solo nella seconda metà del Novecento la critica ha finalmente restituito al canzoniere di Gaspara Stampa un’adeguata collocazione all’interno della produzione poetica del Cinquecento. Il contributo si focalizza su un esiguo numero di componimenti (CCCIV-CCCXI secondo l’edizione Salza) che hanno carattere spiccatamente spirituale e che potrebbero essere considerati “di contrizione”, tenendo conto del travaglio religioso vissuto dalla scrittrice e della sua frequentazione di ambienti cripto-riformati molto attivi a Venezia, allora patria del mercato librario della penisola. In tali componimenti è ravvisabile un approccio alla divinità diverso rispetto al resto delle Rime: molto più intimo e personale. Un rapporto che sembrerebbe risentire, anche se con tutte le ambiguità e le incertezze date dalle scarse notizie biografiche, dell’influenza delle dottrine evangeliche. Ricorrono, infatti, le invocazioni alla Grazia divina e al sacrificio di Cristo quali unici elementi che potrebbero condurla alla salvezza; e in particolare nel sonetto CCCVI fanno la loro comparsa due elementi cardine della teologia riformata: la giustificazione per sola fede e la tesi della inutilità delle opere ai fini della salvezza. Particolari che – in assenza di ulteriori documenti, prestando fede solo alle testimonianze dei contemporanei e soprattutto restando legati ai suoi versi – spingerebbero ad accostare Gaspara Stampa ad una spiritualità di vaga matrice evangelica, ma non inquadrabile all’interno di una precisa confessione religiosa.
9788863182095
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/20.500.11769/370338
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