L’idea di Europa con cui oggi facciamo i conti è quella che, smentendo i presupposti fondativi del Trattato di Roma del 1957, ha finito per privilegiare un’ottica funzionalista, come unione economica che ha posto in secondo piano l’unione politica. Tale scelta nel tempo ha determinato taluni effetti indesiderati come quello, da più parti evidenziato, di avere prodotto un’«Europa dei burocrati/tecnocrati», attenta più alla finanza e alle lobby che alle comunità e ai territori. Per uscire da quest’ottica funzionalista, ormai divenuta asfittica, già dai primi anni del nuovo secolo si sono prefigurate nuove strategie, tra cui quelle macroregionali – come nel caso delle regioni del Baltico, della regione transdanubiana, della regione alpina e della regione adriatica –, con l’intento di cogliere le specificità di natura economico-produttiva e sociale di quegli aggregati territoriali e comunitari che per loro caratteristica si trovavano sacrificate dai processi politici della cosiddetta «Europa degli Stati». Il senso dell’innesto di queste nuove strategie è stato quello di non creare nuovi soggetti istituzionali e nuove forme di regolamentazione in aggiunta a quelle già esistenti, bensì, appunto, “strategie” in quanto coordinamento delle politiche su degli asset e in alcuni settori chiave dell’economia in territori considerati omogenei. In tale prospettiva, la Strategia europea delle Macroregioni non costituisce però un fatto “isolato”. Al contrario, essa non potrebbe essere pienamente compresa se non guardassimo al nuovo quadro epistemico del policy change europeo, dove il tema delle Macroregioni si intreccia con quello della buona governance, delle politiche bottom-up, delle CLLD (Community Led Local Development), delle “reti” cooperative e inclusive degli attori territoriali, pubblici e privati, della partecipazione della società, con le sue diverse articolazioni, ai processi decisionali, e così via. È in questo nuovo quadro paradigmatico che va dunque rintracciato il significato della Strategia europea delle Macroregioni e quel suo potenziale innovativo, appunto «strategico», che passa principalmente attraverso l’enfasi sul «metodo» al quale dovrebbero adeguarsi tutti gli attori, locali e sovra-locali, interessati. Così come è dalla sua “sostenibilità” che dipende il successo delle esperienze che già conosciamo e, insieme con esse, della Macroregione del Mediterraneo occidentale.

Il "modello" europeo tra strategie macroregionali e crisi dei sistemi rappresentativi

La Bella Marco
2018

Abstract

L’idea di Europa con cui oggi facciamo i conti è quella che, smentendo i presupposti fondativi del Trattato di Roma del 1957, ha finito per privilegiare un’ottica funzionalista, come unione economica che ha posto in secondo piano l’unione politica. Tale scelta nel tempo ha determinato taluni effetti indesiderati come quello, da più parti evidenziato, di avere prodotto un’«Europa dei burocrati/tecnocrati», attenta più alla finanza e alle lobby che alle comunità e ai territori. Per uscire da quest’ottica funzionalista, ormai divenuta asfittica, già dai primi anni del nuovo secolo si sono prefigurate nuove strategie, tra cui quelle macroregionali – come nel caso delle regioni del Baltico, della regione transdanubiana, della regione alpina e della regione adriatica –, con l’intento di cogliere le specificità di natura economico-produttiva e sociale di quegli aggregati territoriali e comunitari che per loro caratteristica si trovavano sacrificate dai processi politici della cosiddetta «Europa degli Stati». Il senso dell’innesto di queste nuove strategie è stato quello di non creare nuovi soggetti istituzionali e nuove forme di regolamentazione in aggiunta a quelle già esistenti, bensì, appunto, “strategie” in quanto coordinamento delle politiche su degli asset e in alcuni settori chiave dell’economia in territori considerati omogenei. In tale prospettiva, la Strategia europea delle Macroregioni non costituisce però un fatto “isolato”. Al contrario, essa non potrebbe essere pienamente compresa se non guardassimo al nuovo quadro epistemico del policy change europeo, dove il tema delle Macroregioni si intreccia con quello della buona governance, delle politiche bottom-up, delle CLLD (Community Led Local Development), delle “reti” cooperative e inclusive degli attori territoriali, pubblici e privati, della partecipazione della società, con le sue diverse articolazioni, ai processi decisionali, e così via. È in questo nuovo quadro paradigmatico che va dunque rintracciato il significato della Strategia europea delle Macroregioni e quel suo potenziale innovativo, appunto «strategico», che passa principalmente attraverso l’enfasi sul «metodo» al quale dovrebbero adeguarsi tutti gli attori, locali e sovra-locali, interessati. Così come è dalla sua “sostenibilità” che dipende il successo delle esperienze che già conosciamo e, insieme con esse, della Macroregione del Mediterraneo occidentale.
9788891771049
Macroregione, Rappresentanza, Partecipazione, Governance multilivello
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/20.500.11769/377882
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