La trama dei Vicerè è massicciamente intessuta da un fenomenale discorso della legge, che si intreccia, insieme ai codici storico, politico, economico, religioso, affettivo-sentimentale, col codice propriamente giuridico. Quest’ultimo si inscrive ancora nell’ambito della tradizione feudale, nonostante la vicenda storico-familiare narrata nel romanzo abbia inizio intorno alla metà dell’Ottocento siciliano ancora borbonico (1855), ma già contrassegnato dall’abolizione di alcuni significativi istituti della vecchia legge, come ad esempio, tra gli altri, il fedecommesso. Dell’antica legge feudale continuano ad avvalersi, almeno formalmente poiché in realtà non fanno che aggirarla e perfino trasgredirla, i nobili Uzeda per regolare le loro questioni di casta ereditarie, testamentarie, matrimoniali, patrimoniali, non disdegnando comunque, una volta entrato in vigore il nuovo ordinamento giuridico sabaudo, di sfruttare la consulenza dell’avvocato Benedetto Giulente, nobile di toga e loro parente acquisito, per continuare a districare ‘legalmente’ le loro sospette transazioni. Accanto all’ordinamento laico della legge, il romanzo descrive anche, in un’ottica blasfema e parossistica, quel che resta della Regola Benedettina in un’epoca di «cuccagna» ormai prossima alla fine, in ragione della nuova legge piemontese che sancisce l’abolizione degli ordini religiosi. Ma quale legge, sul piano specialmente etico, il romanzo di fatto denuncia, a dispetto e attraverso gli ordinamenti giuridici positivi che esso dipana? Ebbene si tratta di un’arcaica e mostruosa ‘legge materna’, una legge-non legge in realtà, che non cessa di essere articolata dall’inizio alla fine della narrazione e della quale si è tentato di fornire, insieme alle forme positive del diritto che il romanzo illustra, un’analisi puntuale.

La 'legge' ne I Viceré di Federico De Roberto

GALVAGNO, Rosalba
2012

Abstract

La trama dei Vicerè è massicciamente intessuta da un fenomenale discorso della legge, che si intreccia, insieme ai codici storico, politico, economico, religioso, affettivo-sentimentale, col codice propriamente giuridico. Quest’ultimo si inscrive ancora nell’ambito della tradizione feudale, nonostante la vicenda storico-familiare narrata nel romanzo abbia inizio intorno alla metà dell’Ottocento siciliano ancora borbonico (1855), ma già contrassegnato dall’abolizione di alcuni significativi istituti della vecchia legge, come ad esempio, tra gli altri, il fedecommesso. Dell’antica legge feudale continuano ad avvalersi, almeno formalmente poiché in realtà non fanno che aggirarla e perfino trasgredirla, i nobili Uzeda per regolare le loro questioni di casta ereditarie, testamentarie, matrimoniali, patrimoniali, non disdegnando comunque, una volta entrato in vigore il nuovo ordinamento giuridico sabaudo, di sfruttare la consulenza dell’avvocato Benedetto Giulente, nobile di toga e loro parente acquisito, per continuare a districare ‘legalmente’ le loro sospette transazioni. Accanto all’ordinamento laico della legge, il romanzo descrive anche, in un’ottica blasfema e parossistica, quel che resta della Regola Benedettina in un’epoca di «cuccagna» ormai prossima alla fine, in ragione della nuova legge piemontese che sancisce l’abolizione degli ordini religiosi. Ma quale legge, sul piano specialmente etico, il romanzo di fatto denuncia, a dispetto e attraverso gli ordinamenti giuridici positivi che esso dipana? Ebbene si tratta di un’arcaica e mostruosa ‘legge materna’, una legge-non legge in realtà, che non cessa di essere articolata dall’inizio alla fine della narrazione e della quale si è tentato di fornire, insieme alle forme positive del diritto che il romanzo illustra, un’analisi puntuale.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/20.500.11769/11060
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