Can psychoanalytic thinking illuminate our understanding of law? The suggestion that criminal doctrine could be influenced by psychotherapy spread from the very heart of Europe in the early decades of the twentieth century. This essay seeks to examine not only a historical but also a doctrinal question: i.e. psychoanalytical endeavors to provide a theory of social behavior pertinent to law. This theory was relevant for law given the axiom that the law was created by man to regulate the behavior of man. Psychoanalysis sought to understand the workings of the mind. As a result, law was made by the minds of men. Although law is stereotypically perceived as being concerned with the external face of man, and psychoanalysis with the internal one, each discipline is in effect concerned with both of these. In law there is a rich psychological legacy, conserved by past generations to hand down to the future ones. The article explores the spread and the contribution of Freud’s psychoanalytic theory to jurisprudence. Freud was busy shaping his revolutionary model of the workings of the mind; his work came to Italy via psychiatry and psychopathology. In their essays, Baroncini, Modena and Assagioli showed their understanding of the theoretical (and clinical) innovations introduced by the ‘great Viennese’ from the cathartic method to the new technique of psychoanalytic investigation. While, by 1912, Italian academic psychiatry concentrated mainly on “cleaning up” society, by expelling ‘abnormal’ and ‘degenerates’, the young Edoardo Weiss, Freud’s scholar, strenuously defended the newborn science by writing for magazines and speaking at conferences. Weiss built up a strong network of contacts with lawyers and criminologists through a prestigious review, «La Giustizia Penale». And, when Catholic hierarchy obtained, in 1934, the closure of the ‘scandalous’ «Rivista italiana di psicoanalisi», the Società italiana di Psicoanalisi still found a space within the pages of that legal journal. This is a fact so far ignored by historians of both psychoanalysis and law. Weiss expressed his vision of law as a ‘legitimate exercise of violence’, in the process of Civilization that (as Freud had taught him) sees the struggle, with an uncertain outcome, of the two ‘Heavenly Powers’, eternal Eros with his equally ‘immortal adversary’. In 1938 the implementation of the infamous racial laws forced many Italian psychoanalysts (most of them were Jewish) to seek refuge far from Europe. Weiss and family sailed from Naples to America. With his departure, the story of the Italian pioneers of psychoanalysis came to a halt. The winds of war put an end to the extraordinary and unexpected partnership between these psychoanalytical pioneers and one of the most popular Italian criminal law journals. Totalitarianism drove Freud out of Vienna and Weiss from Rome. Despite this, the foundations of the legal-psychoanalytical relation had been laid and from this a long dialogue had begun.

Da Monaco a Zurigo, da Vienna a Roma, questo saggio prende ad oggetto le zone di contagio tra il discorso giuridico della penalità e quello terapeutico dell’analisi. Il racconto prende avvio dalla bella aria che si respirava nelle aule della clinica psichiatrica di Kraepelin, a Monaco, e nelle sale dell’ospedale cantonale di Breuler e Jung, a Zurigo. La prima divulgazione scientifica delle opere di Freud arriva in Italia grazie alla psichiatria e alla psicopatologia. Baroncini, Modena e Assagioli seppero cogliere, nei loro saggi, la torsione teorica (e clinica) del grande Viennese, dal metodo catartico alla nuova tecnica di indagine psicoanalitica. Dopo il 1912, la psichiatria accademica, di ispirazione securitaria, prende in Italia il sopravvento e mira solo a «bonificare» la società dagli anomali e dai degenerati. Toccherà a Edoardo Weiss, che ancora giovanissimo diventò allievo di Freud e di Federn, impegnarsi nelle riviste e nei congressi per mettere al riparo la giovanissima scienza dalle malevoli allusioni e da toni di inaudita durezza. A Roma, dal 1932, Weiss seppe costruire una fitta rete di relazioni con i giuristi (e i criminologi), di una prestigiosa rivista: «La Giustizia penale». Una nuova tribuna per quello sparuto gruppo di psicoanalisti che si erano raccolti attorno all’unico vero allievo italiano di Freud. Quando, nel 1934, le gerarchie cattoliche ottennero la chiusura della ‘scandalosa’ «Rivista italiana di psicoanalisi», la «Società» poté ancora dare voce ai suoi saggi e alle sue traduzioni tra le pagine di una rivista giuridica. È un dato finora ignorato dalla storiografia della psicoanalisi e del diritto. Weiss non inseguì i criminologi sul loro stesso terreno, preferì piuttosto dare a vedere la sua visone del diritto come «esercizio legittimo della violenza», in quel processo di civilizzazione che — come gli aveva insegnato Freud — vede fronteggiarsi da sempre, con esito incerto, le due «potenze del cielo»: l’Eros eterno e il suo avversario «parimente immortale». Le infami leggi razziali e i venti di guerra misero fine a questo straordinario (e impensato) sodalizio tra i pionieri della psicoanalisi e una delle più diffuse riviste giuridiche penali. Il totalitarismo cacciò Freud da Vienna e Weiss da Roma, entrambi sopraffatti da un presente il cui passato non avevano contribuito a creare.

IL DR. FREUD E LE RIVISTE DEI COLPEVOLI

MIGLIORINO, Francesco
2015

Abstract

Da Monaco a Zurigo, da Vienna a Roma, questo saggio prende ad oggetto le zone di contagio tra il discorso giuridico della penalità e quello terapeutico dell’analisi. Il racconto prende avvio dalla bella aria che si respirava nelle aule della clinica psichiatrica di Kraepelin, a Monaco, e nelle sale dell’ospedale cantonale di Breuler e Jung, a Zurigo. La prima divulgazione scientifica delle opere di Freud arriva in Italia grazie alla psichiatria e alla psicopatologia. Baroncini, Modena e Assagioli seppero cogliere, nei loro saggi, la torsione teorica (e clinica) del grande Viennese, dal metodo catartico alla nuova tecnica di indagine psicoanalitica. Dopo il 1912, la psichiatria accademica, di ispirazione securitaria, prende in Italia il sopravvento e mira solo a «bonificare» la società dagli anomali e dai degenerati. Toccherà a Edoardo Weiss, che ancora giovanissimo diventò allievo di Freud e di Federn, impegnarsi nelle riviste e nei congressi per mettere al riparo la giovanissima scienza dalle malevoli allusioni e da toni di inaudita durezza. A Roma, dal 1932, Weiss seppe costruire una fitta rete di relazioni con i giuristi (e i criminologi), di una prestigiosa rivista: «La Giustizia penale». Una nuova tribuna per quello sparuto gruppo di psicoanalisti che si erano raccolti attorno all’unico vero allievo italiano di Freud. Quando, nel 1934, le gerarchie cattoliche ottennero la chiusura della ‘scandalosa’ «Rivista italiana di psicoanalisi», la «Società» poté ancora dare voce ai suoi saggi e alle sue traduzioni tra le pagine di una rivista giuridica. È un dato finora ignorato dalla storiografia della psicoanalisi e del diritto. Weiss non inseguì i criminologi sul loro stesso terreno, preferì piuttosto dare a vedere la sua visone del diritto come «esercizio legittimo della violenza», in quel processo di civilizzazione che — come gli aveva insegnato Freud — vede fronteggiarsi da sempre, con esito incerto, le due «potenze del cielo»: l’Eros eterno e il suo avversario «parimente immortale». Le infami leggi razziali e i venti di guerra misero fine a questo straordinario (e impensato) sodalizio tra i pionieri della psicoanalisi e una delle più diffuse riviste giuridiche penali. Il totalitarismo cacciò Freud da Vienna e Weiss da Roma, entrambi sopraffatti da un presente il cui passato non avevano contribuito a creare.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/20.500.11769/18642
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