Il presente studio si propone di valutare l’incidenza sul piano politico e sociale dell’aspetto punitivo fra prima età imperiale e Tarda Antichità, mira, cioè, ad individuare la funzione – o le funzioni – della prassi giudiziaria e repressiva, a verificare, in ultima analisi, l’eventuale fine dissuasivo o il reale effetto deterrente esercitati dallo Stato romano attraverso la violenza corporale. In particolare, modalità e tempi dell’esecuzione capitale riservata a latrones, praedones e grassatores, pur nella loro agghiacciante brutalità (vivicombustione, crocifissione, sbranamento), possono far luce su esigenze concrete del governo romano, quali la certezza della pena, il soddisfacimento della vendetta, la minaccia di future, possibili punizioni e "last but not least" la continua, e spettacolare, ri-affermazione di un potere centrale forte, militarmente e politicamente consolidato, e quindi garante di protezione dai pericoli, esterni e soprattutto interni alla vasta compagine territoriale dell’Impero. L’analisi di alcuni brani di Ammiano Marcellino – per uno dei quali viene proposta una nuova traduzione – si rivela particolarmente utile ai fini della comprensione del “particolare” trattamento riservato ai briganti Isauri, assai diversi dai marginali fuorilegge che rapivano l’immaginario del colto pubblico dei romanzieri, ma anche dai criminali “illustri” ed emarginati dei resoconti circostanziati degli storici. Il banditismo isaurico si configura invece come un fenomeno storico di lunga durata a carattere ‘regionale’, un movimento autonomistico che, pur non esprimendo una protesta contadina, verosimilmente poteva quanto meno denunciare un’insofferenza “nazionale” dell’assetto sociale locale nei confronti di strutture di potere via via sempre più consolidate.

Il fuoco, la croce, le bestie: i 'supplicia' dei 'latrones' fra punizione, vendetta e terrore

ARENA, Gaetano Maria
2004

Abstract

Il presente studio si propone di valutare l’incidenza sul piano politico e sociale dell’aspetto punitivo fra prima età imperiale e Tarda Antichità, mira, cioè, ad individuare la funzione – o le funzioni – della prassi giudiziaria e repressiva, a verificare, in ultima analisi, l’eventuale fine dissuasivo o il reale effetto deterrente esercitati dallo Stato romano attraverso la violenza corporale. In particolare, modalità e tempi dell’esecuzione capitale riservata a latrones, praedones e grassatores, pur nella loro agghiacciante brutalità (vivicombustione, crocifissione, sbranamento), possono far luce su esigenze concrete del governo romano, quali la certezza della pena, il soddisfacimento della vendetta, la minaccia di future, possibili punizioni e "last but not least" la continua, e spettacolare, ri-affermazione di un potere centrale forte, militarmente e politicamente consolidato, e quindi garante di protezione dai pericoli, esterni e soprattutto interni alla vasta compagine territoriale dell’Impero. L’analisi di alcuni brani di Ammiano Marcellino – per uno dei quali viene proposta una nuova traduzione – si rivela particolarmente utile ai fini della comprensione del “particolare” trattamento riservato ai briganti Isauri, assai diversi dai marginali fuorilegge che rapivano l’immaginario del colto pubblico dei romanzieri, ma anche dai criminali “illustri” ed emarginati dei resoconti circostanziati degli storici. Il banditismo isaurico si configura invece come un fenomeno storico di lunga durata a carattere ‘regionale’, un movimento autonomistico che, pur non esprimendo una protesta contadina, verosimilmente poteva quanto meno denunciare un’insofferenza “nazionale” dell’assetto sociale locale nei confronti di strutture di potere via via sempre più consolidate.
Banditismo; Pene capitali; Impero romano; Asia Minore; Società; Marginalità
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/20.500.11769/26387
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