L’articolo prende in esame la produzione in versi di Anton Francesco Grazzini (1505-1584), poeta, novellista, commediografo fiorentino, detto il Lasca – con alcuni riferimenti anche alle sue prose, soprattutto alla raccolta di novelle Le Cene – per riflettere sul rapporto che lo scrittore stabilì con la propria città e sulla rappresentazione di essa che ne deriva: un rapporto fondamentale dato che l’urbanitas fiorentina è la fonte d’ispirazione primaria sia di buona parte della sua copiosa produzione in versi sia della pur mutila raccolta di novelle. L’articolo mette in evidenza come tale rapporto sia dicotomico: Firenze si presta a divenire nelle rime dilatazione del rassicurante microcosmo domestico, evocata in un eterno presente che rifiuta la presa di coscienza dell’inevitabile mutamento storico, sociale e culturale vissuto nel ‘500; viceversa nelle prose, e segnatamente nelle novelle, la città viene cristallizzata in un passato ambiguo e cristallizzato e si apre alle incursioni delle inquietudini interiori rappresentate dalla crudeltà delle beffe, dall’incursione del “meraviglioso” e dalla comparsa di una follia distruttiva che investe i personaggi. L’avvitarsi, sia nelle rime sia nelle novelle, intorno alla propria città si configura quindi come spia di una frattura tra l’autore e il proprio tempo, come ricerca di un riparo simbolico ai mutamenti politici, culturali, sociali e religiosi in atto, e insieme denuncia la percezione anacronistica che l’autore aveva del proprio “spazio poetico”, che non può per Grazzini superare o prescindere dai confini della polis, confini ormai valicati, invece, dalla gran parte dei suoi contemporanei che guardavano a una comunità intellettuale delocalizzata.

«Sogni d’infermi e fole di romanzi»: Firenze nelle Rime del Lasca

Agnese Amaduri
2013

Abstract

L’articolo prende in esame la produzione in versi di Anton Francesco Grazzini (1505-1584), poeta, novellista, commediografo fiorentino, detto il Lasca – con alcuni riferimenti anche alle sue prose, soprattutto alla raccolta di novelle Le Cene – per riflettere sul rapporto che lo scrittore stabilì con la propria città e sulla rappresentazione di essa che ne deriva: un rapporto fondamentale dato che l’urbanitas fiorentina è la fonte d’ispirazione primaria sia di buona parte della sua copiosa produzione in versi sia della pur mutila raccolta di novelle. L’articolo mette in evidenza come tale rapporto sia dicotomico: Firenze si presta a divenire nelle rime dilatazione del rassicurante microcosmo domestico, evocata in un eterno presente che rifiuta la presa di coscienza dell’inevitabile mutamento storico, sociale e culturale vissuto nel ‘500; viceversa nelle prose, e segnatamente nelle novelle, la città viene cristallizzata in un passato ambiguo e cristallizzato e si apre alle incursioni delle inquietudini interiori rappresentate dalla crudeltà delle beffe, dall’incursione del “meraviglioso” e dalla comparsa di una follia distruttiva che investe i personaggi. L’avvitarsi, sia nelle rime sia nelle novelle, intorno alla propria città si configura quindi come spia di una frattura tra l’autore e il proprio tempo, come ricerca di un riparo simbolico ai mutamenti politici, culturali, sociali e religiosi in atto, e insieme denuncia la percezione anacronistica che l’autore aveva del proprio “spazio poetico”, che non può per Grazzini superare o prescindere dai confini della polis, confini ormai valicati, invece, dalla gran parte dei suoi contemporanei che guardavano a una comunità intellettuale delocalizzata.
Rime burlesche, Cinquecento, A. F. Grazzini
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/20.500.11769/370342
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