L’esperienza carceraria è accadimento tutt’altro che raro da riscontrare nelle biografie dei letterati italiani e, dunque anche dei siciliani. Un avvenimento che trova sublimazione nella poesia e nella prosa d’arte, o che in esse va comunque ad arricchirsi di metafore, similitudini, topoi, offerti abbondantemente dalla tradizione letteraria. Il contributo si propone pertanto di offrire l’esempio di alcuni testi composti da poeti siciliani, vissuti nel XVI secolo e rinchiusi nelle carceri dell’Inquisizione spagnola a Palermo, nei quali sono ravvisabili i più interessanti topoi della letteratura carceraria. Tra essi spicca l’oscurità alla quale si oppone la luce (a volte declinata in lucerna), entrambe intese sia in senso letterale (come chiara allusione alle umide tenebre in cui vivevano) sia in senso metaforico, come abbandono da parte di Dio e come conseguente desiderio di essere ancora illuminati dalla sua Grazia; ma anche la tortura fisica, subita attraverso il procedimento della corda (di cui si poteva anche morire, come ricorda Argisto Giuffredi), e la violenza psicologica a cui venivano sottoposti dalle guardie e dagli inquisitori durante gli interrogatori o nella squallida quotidianità, presenze costanti della poesia carceraria, insieme agli animali e agli insetti molesti (ratti, cimici). Vi sono, infine, i momenti di più acuta nostalgia e malinconia, come quelli nei quali i poeti vengono visitati nell’immaginazione dai volti a loro cari e sperimentano tutto il dolore della separazione dagli affetti considerati perduti.

Le carceri dell’Inquisizione nel ‘500. Testimonianze

Agnese Amaduri
2017

Abstract

L’esperienza carceraria è accadimento tutt’altro che raro da riscontrare nelle biografie dei letterati italiani e, dunque anche dei siciliani. Un avvenimento che trova sublimazione nella poesia e nella prosa d’arte, o che in esse va comunque ad arricchirsi di metafore, similitudini, topoi, offerti abbondantemente dalla tradizione letteraria. Il contributo si propone pertanto di offrire l’esempio di alcuni testi composti da poeti siciliani, vissuti nel XVI secolo e rinchiusi nelle carceri dell’Inquisizione spagnola a Palermo, nei quali sono ravvisabili i più interessanti topoi della letteratura carceraria. Tra essi spicca l’oscurità alla quale si oppone la luce (a volte declinata in lucerna), entrambe intese sia in senso letterale (come chiara allusione alle umide tenebre in cui vivevano) sia in senso metaforico, come abbandono da parte di Dio e come conseguente desiderio di essere ancora illuminati dalla sua Grazia; ma anche la tortura fisica, subita attraverso il procedimento della corda (di cui si poteva anche morire, come ricorda Argisto Giuffredi), e la violenza psicologica a cui venivano sottoposti dalle guardie e dagli inquisitori durante gli interrogatori o nella squallida quotidianità, presenze costanti della poesia carceraria, insieme agli animali e agli insetti molesti (ratti, cimici). Vi sono, infine, i momenti di più acuta nostalgia e malinconia, come quelli nei quali i poeti vengono visitati nell’immaginazione dai volti a loro cari e sperimentano tutto il dolore della separazione dagli affetti considerati perduti.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/20.500.11769/370344
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