The association of art and life between Dario Fo and Franca Rame has often caused the latter to be considered a mere complement, a subordinate half, for some even a heavy "sexist mortgage". And yet, starting from the Seventies, Rame developed a direction that was in some ways autonomous from that of her husband (for whom she always remained a sort of editor), which manifested itself in a need for creative expression free from Fo's presence and magisterium and thanks to which she wrote her own texts for the stage (Parliamo di donne, Tutta casa, letto e chiesa, Lo stupro, L'eroina, Grasso è bello!). A woman who becomes the representative of a line of theatrical narration aimed at the stories and voices of the other "half of the sky". While not denying the role that made her famous in the 1950s, the Italian Rita Hayworth, as Rame was called, broke the clichés of the world of show business, enriching the voices and functions of the women she played, in the elaboration of new female identities up to the so-called "New Woman". The contribution, also thanks to the precious sources kept in the Rame-Fo Archive, focuses on the writing of Rame who now tells her story through her dramas, now through letters (Love letter to Dario, 2013) and who feels the need, at some point in her career, and who feels the need, at a certain point in her career, to approach the genre of autobiographical narration in order to give us the most intimate portrait of her, "the last born of the theatrical brood overflowing with females", in what today appears to be a theatrical affabulation dedicated to an audience to whom the "recitation" of her own memories is addressed.

Il sodalizio di arte e vita tra Dario Fo e Franca Rame ha spesso fatto considerare quest’ultima con un semplice completamento, una metà subordinata, per alcuni addirittura una pesante «ipoteca sessista». Eppure a partire dagli anni Settanta Rame sviluppa una direzione per certi aspetti autonoma da quella del marito (per il quale rimarrà comunque e sempre una sorta di editor), che si manifesta in un bisogno di espressione creativa svincolata dalla presenza e dal magistero di Fo e grazie al quale scriverà da sé i testi per la scena (Parliamo di donne, Tutta casa, letto e chiesa, Lo stupro, L’eroina, Grasso è bello!). Un femminile che diventa rappresentante di una linea di narrazione teatrale volta ai racconti e alle voci dell’altra “metà del cielo”. Pur non rinnegando il ruolo che le dette notorietà negli anni Cinquanta, la Rita Hayworth italiana, così Rame veniva chiamata, infrange i cliché del mondo dello spettacolo arricchendo di voci e funzioni le donne che interpreta, nell’elaborazione di identità femminili inedite fino alla cosiddetta «Donna nuova».Il contributo, anche grazie alle preziose fonti custodite presso l’Archivio Rame-Fo, verte sulla scrittura di Rame che ora si racconta attraverso le sue drammaturgie, ora attraverso le lettere (Lettera d’amore a Dario, 2013) e che sente il bisogno, ad un certo punto della sua carriera, di avvicinarsi al genere della narrazione autobiografica per consegnarci il ritratto più intimo di lei, «l’ultima nata della covata teatrale straricca di femmine», in quella che oggi appare come una affabulazione teatrale dedicata a un pubblico a cui è rivolta la ‘recita’ delle proprie memorie.

«Accetto di essere chiamata “attrice”, ma con l’aggiunta di qualche altra definizione». Franca Rame si racconta

Simona Agnese Scattina
2019-01-01

Abstract

Il sodalizio di arte e vita tra Dario Fo e Franca Rame ha spesso fatto considerare quest’ultima con un semplice completamento, una metà subordinata, per alcuni addirittura una pesante «ipoteca sessista». Eppure a partire dagli anni Settanta Rame sviluppa una direzione per certi aspetti autonoma da quella del marito (per il quale rimarrà comunque e sempre una sorta di editor), che si manifesta in un bisogno di espressione creativa svincolata dalla presenza e dal magistero di Fo e grazie al quale scriverà da sé i testi per la scena (Parliamo di donne, Tutta casa, letto e chiesa, Lo stupro, L’eroina, Grasso è bello!). Un femminile che diventa rappresentante di una linea di narrazione teatrale volta ai racconti e alle voci dell’altra “metà del cielo”. Pur non rinnegando il ruolo che le dette notorietà negli anni Cinquanta, la Rita Hayworth italiana, così Rame veniva chiamata, infrange i cliché del mondo dello spettacolo arricchendo di voci e funzioni le donne che interpreta, nell’elaborazione di identità femminili inedite fino alla cosiddetta «Donna nuova».Il contributo, anche grazie alle preziose fonti custodite presso l’Archivio Rame-Fo, verte sulla scrittura di Rame che ora si racconta attraverso le sue drammaturgie, ora attraverso le lettere (Lettera d’amore a Dario, 2013) e che sente il bisogno, ad un certo punto della sua carriera, di avvicinarsi al genere della narrazione autobiografica per consegnarci il ritratto più intimo di lei, «l’ultima nata della covata teatrale straricca di femmine», in quella che oggi appare come una affabulazione teatrale dedicata a un pubblico a cui è rivolta la ‘recita’ delle proprie memorie.
The association of art and life between Dario Fo and Franca Rame has often caused the latter to be considered a mere complement, a subordinate half, for some even a heavy "sexist mortgage". And yet, starting from the Seventies, Rame developed a direction that was in some ways autonomous from that of her husband (for whom she always remained a sort of editor), which manifested itself in a need for creative expression free from Fo's presence and magisterium and thanks to which she wrote her own texts for the stage (Parliamo di donne, Tutta casa, letto e chiesa, Lo stupro, L'eroina, Grasso è bello!). A woman who becomes the representative of a line of theatrical narration aimed at the stories and voices of the other "half of the sky". While not denying the role that made her famous in the 1950s, the Italian Rita Hayworth, as Rame was called, broke the clichés of the world of show business, enriching the voices and functions of the women she played, in the elaboration of new female identities up to the so-called "New Woman". The contribution, also thanks to the precious sources kept in the Rame-Fo Archive, focuses on the writing of Rame who now tells her story through her dramas, now through letters (Love letter to Dario, 2013) and who feels the need, at some point in her career, and who feels the need, at a certain point in her career, to approach the genre of autobiographical narration in order to give us the most intimate portrait of her, "the last born of the theatrical brood overflowing with females", in what today appears to be a theatrical affabulation dedicated to an audience to whom the "recitation" of her own memories is addressed.
Divagrafia, France Rame, fiction, affabulazione, Dario Fo.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/20.500.11769/485429
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