Sono ormai decenni che gli enti locali italiani sperimentano ‘accordi’ o ‘contratti’ che, pur variando nel nome e negli obiettivi, hanno tutti in comune un certo livello di ‘negoziazione’ del contenuto tra il soggetto pubblico e altri contraenti. Studiosi ed esperti sono piuttosto concordi nell’interpretare la diffusione di tali dispositivi negoziali e contrattuali nell’ambito del governo urbano e più complessivamente in quello delle politiche pubbliche come sintomo distintivo del loro ri-orientamento in senso neo-liberale. Questo saggio propone una riflessione sulle condizioni in base alle quali le sperimentazioni di natura pattizia per la pianificazione dei tessuti abusivi possano essere considerati una “buona idea”. La genesi storica delle nostre istituzioni pubbliche ci dimostra come sia possibile lavorare alla costruzione di forme pattizie per la trattazione del problema ‘abusivismo edilizio’ che tengano effettivamente conto del sistema di norme sociali diffuso mobilitandolo per generare una dimensione pubblica. È possibile farlo differenziandosi non solo dal modello giusnaturalista ma anche da quello di matrice “neo- liberale” che, ispirandosi all’etica di mercato – contratto come scambio tra contraenti e interessi – sta sempre più indebolendo l’esercizio di sovranità politica delle istituzioni pubbliche. Si tratta di forme pattizzio che non si basano solo sulla massimizzazione del valore monetario ma puntano a stimolare la rifondazione del valore del ‘mettere in comune’ proprio della sfera civile e politica. L’interesse è verso quelle pratiche di pianificazione che possano trasformarsi in occasioni di maturazione collettiva del valore della norma – ossia arrivare a essere tutti d’accordo sul fatto che sia importante che una norma ci sia e che vada rispettata –; in altre parole, percorsi di genesi della norma che producano contestualmente anche una maturazione sociale del suo valore. La nostra ipotesi di lavoro, quindi, che chiameremo ‘patti di apprendimento collettivo’ – laddove la parola apprendimento include ma non coincide con quella di negoziazione – conserva il primato della sfera politica pubblica su quella privata e commerciale (chiunque viene coinvolto è chiamato a rispondere di quanto le proprie azioni siano compiute nel rispetto della ‘cosa pubblica’) mentre costringe a un allargamento di tale sfera, in modo da renderla inclusiva e trasformatrice delle istanze socio-culturali ed economiche non di un astratto individuo abitante dello stato di natura, ma di tutte quelle persone in carne e ossa che, fino a oggi, hanno costruito o abitato violando le regole.

Costruire il collettivo e l’urbanità attraverso nuove forme pattizie

Saija L.;
2017

Abstract

Sono ormai decenni che gli enti locali italiani sperimentano ‘accordi’ o ‘contratti’ che, pur variando nel nome e negli obiettivi, hanno tutti in comune un certo livello di ‘negoziazione’ del contenuto tra il soggetto pubblico e altri contraenti. Studiosi ed esperti sono piuttosto concordi nell’interpretare la diffusione di tali dispositivi negoziali e contrattuali nell’ambito del governo urbano e più complessivamente in quello delle politiche pubbliche come sintomo distintivo del loro ri-orientamento in senso neo-liberale. Questo saggio propone una riflessione sulle condizioni in base alle quali le sperimentazioni di natura pattizia per la pianificazione dei tessuti abusivi possano essere considerati una “buona idea”. La genesi storica delle nostre istituzioni pubbliche ci dimostra come sia possibile lavorare alla costruzione di forme pattizie per la trattazione del problema ‘abusivismo edilizio’ che tengano effettivamente conto del sistema di norme sociali diffuso mobilitandolo per generare una dimensione pubblica. È possibile farlo differenziandosi non solo dal modello giusnaturalista ma anche da quello di matrice “neo- liberale” che, ispirandosi all’etica di mercato – contratto come scambio tra contraenti e interessi – sta sempre più indebolendo l’esercizio di sovranità politica delle istituzioni pubbliche. Si tratta di forme pattizzio che non si basano solo sulla massimizzazione del valore monetario ma puntano a stimolare la rifondazione del valore del ‘mettere in comune’ proprio della sfera civile e politica. L’interesse è verso quelle pratiche di pianificazione che possano trasformarsi in occasioni di maturazione collettiva del valore della norma – ossia arrivare a essere tutti d’accordo sul fatto che sia importante che una norma ci sia e che vada rispettata –; in altre parole, percorsi di genesi della norma che producano contestualmente anche una maturazione sociale del suo valore. La nostra ipotesi di lavoro, quindi, che chiameremo ‘patti di apprendimento collettivo’ – laddove la parola apprendimento include ma non coincide con quella di negoziazione – conserva il primato della sfera politica pubblica su quella privata e commerciale (chiunque viene coinvolto è chiamato a rispondere di quanto le proprie azioni siano compiute nel rispetto della ‘cosa pubblica’) mentre costringe a un allargamento di tale sfera, in modo da renderla inclusiva e trasformatrice delle istanze socio-culturali ed economiche non di un astratto individuo abitante dello stato di natura, ma di tutte quelle persone in carne e ossa che, fino a oggi, hanno costruito o abitato violando le regole.
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