This contribution offers a dialectological reading of the multilingualism staged in Filippo Orioles’s S. Rosalia (Palermo, post-1750), a sacred-scenic play surviving in a single exemplar and the subject of the critical edition edited by Bancheri and Riccobene. Starting from the observation that in eighteenth-century Sicily dialect, confined to theatre and popular verse, enters the stage as a marker of the servant’s mask, the author examines the language assigned to the two servants — Pippo (Sicilian) and Totaro (Neapolitan) — while the nobility, the court and the supernatural characters all speak Italian. Through an analysis of lexical, morphological and phonetic data (velarization, monophthongization, -avi past-tense endings, the graphic rendering of /), Valenti identifies in Pippo’s Sicilian a koiné variety with traces of a western matrix, permeable to Italianisms, Latin learned borrowings, and Hispanisms (some twenty occurrences, notably never attributed to the “lords”). The study also highlights instances of code-switching and the servants’ clumsy, parodic attempts to imitate their masters’ Italian. The conclusion is that Orioles does not “construct” language but “records” it, yielding an unwitting little treatise of eighteenth-century sociolinguistics: a privileged observatory on who speaks what, to whom, and why, in the multilingual Palermo of the century.

Il contributo affronta, in chiave dialettologica, il plurilinguismo scenico della S. Rosalia di Filippo Orioles (Palermo, post 1750), opera sacro-scenica tramandata da un unico esemplare e oggetto dell’edizione critica a cura di Bancheri e Riccobene. Muovendo dall’osservazione che nel Settecento siciliano il dialetto, relegato a lingua del teatro e della poesia popolareggiante, compare in scena come marca della maschera del servo, l’autrice analizza la lingua affidata ai due servi — Pippo (siciliano) e Totaro (napoletano) — mentre signori, corte e soprannaturale si esprimono in italiano. Attraverso l’esame di dati lessicali, morfologici e fonetici (velarizzazioni, monottongazioni, esiti in -avi, resa grafica di /), si individua nel siciliano di Pippo una varietà di koinè con tracce di matrice occidentale, permeabile a italianismi, cultismi latini e ispanismi (una ventina di occorrenze spagnole, mai attribuite ai “signori”). Vengono inoltre rilevati fenomeni di code-switching e i tentativi, goffi e parodistici, dei servi di imitare l’italiano dei padroni. La conclusione è che Orioles non “costruisce” la lingua ma la “registra”, restituendo un piccolo trattato involontario di sociolinguistica settecentesca: un osservatorio privilegiato su chi parla cosa, con chi e perché, nella Palermo plurilingue del secolo.

La S. Rosalia di F. Orioles: un osservatorio sul Settecento linguistico siciliano

Iride Marianita Valenti;
2026-01-01

Abstract

This contribution offers a dialectological reading of the multilingualism staged in Filippo Orioles’s S. Rosalia (Palermo, post-1750), a sacred-scenic play surviving in a single exemplar and the subject of the critical edition edited by Bancheri and Riccobene. Starting from the observation that in eighteenth-century Sicily dialect, confined to theatre and popular verse, enters the stage as a marker of the servant’s mask, the author examines the language assigned to the two servants — Pippo (Sicilian) and Totaro (Neapolitan) — while the nobility, the court and the supernatural characters all speak Italian. Through an analysis of lexical, morphological and phonetic data (velarization, monophthongization, -avi past-tense endings, the graphic rendering of /), Valenti identifies in Pippo’s Sicilian a koiné variety with traces of a western matrix, permeable to Italianisms, Latin learned borrowings, and Hispanisms (some twenty occurrences, notably never attributed to the “lords”). The study also highlights instances of code-switching and the servants’ clumsy, parodic attempts to imitate their masters’ Italian. The conclusion is that Orioles does not “construct” language but “records” it, yielding an unwitting little treatise of eighteenth-century sociolinguistics: a privileged observatory on who speaks what, to whom, and why, in the multilingual Palermo of the century.
2026
9781897493861
Il contributo affronta, in chiave dialettologica, il plurilinguismo scenico della S. Rosalia di Filippo Orioles (Palermo, post 1750), opera sacro-scenica tramandata da un unico esemplare e oggetto dell’edizione critica a cura di Bancheri e Riccobene. Muovendo dall’osservazione che nel Settecento siciliano il dialetto, relegato a lingua del teatro e della poesia popolareggiante, compare in scena come marca della maschera del servo, l’autrice analizza la lingua affidata ai due servi — Pippo (siciliano) e Totaro (napoletano) — mentre signori, corte e soprannaturale si esprimono in italiano. Attraverso l’esame di dati lessicali, morfologici e fonetici (velarizzazioni, monottongazioni, esiti in -avi, resa grafica di /), si individua nel siciliano di Pippo una varietà di koinè con tracce di matrice occidentale, permeabile a italianismi, cultismi latini e ispanismi (una ventina di occorrenze spagnole, mai attribuite ai “signori”). Vengono inoltre rilevati fenomeni di code-switching e i tentativi, goffi e parodistici, dei servi di imitare l’italiano dei padroni. La conclusione è che Orioles non “costruisce” la lingua ma la “registra”, restituendo un piccolo trattato involontario di sociolinguistica settecentesca: un osservatorio privilegiato su chi parla cosa, con chi e perché, nella Palermo plurilingue del secolo.
Teatro siciliano del Settecento, Dialetto siciliano, koinè, Plurilinguismo, Filippo Orioles
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/20.500.11769/735330
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