In the winter of 1911-1912 in the Roman necropolis of Shurafa (Lower Egypt, ancient Scenae Mandrae, a military fortress since at least the second century AD) near the east bank of the Nile, archaeological material and many human remains were found, including a skull and some bones belonging to the skeleton of a male individual who died at the age of about thirty. In 1913, on the basis of the abnormal cranial circumference (66 cm, total volume of 2,900 cc), the English anatomist D.E. Derry formulated a diagnosis of hydrocephalus, a hypothesis later accepted both by the historians of ancient medicine and by modern neurologists and neurosurgeons. However, since other remains from the same cemetery document a series of much more complex and articulated skull deformities (some congenital, others artificially produced) not linked to hydrocephalus, it was decided to proceed firstly to the reconstruction of the socio-cultural context relative to the testimony of the skull and thence reportable to the level of knowledge reached by Roman medicine in the diagnostic and therapeutic fields: literary and papyrological evidence was therefore analyzed, specifically related to hydrocephalus and archaeological data on trapanation techniques and especially on the discovery of surgical instruments in Egyptian territory. Sources regarding the practice of medicine in Roman Egypt were then examined, both inscriptions and papyri relating to physicians documented in the region between the third century BC and seventh century AD. Finally, two paleopathological hypotheses were then advanced, alternative to that of hydrocephalus, a disease scarcely and poorly documented by the sources: behind the volumetric increase in the skull of the Shurafa man there may have been either an acute form of bilharzia, namely cerebral schistosomiasis, particularly widespread today in the areas around the stagnant waters of the Nile, or a craniosynostosis (trigonocephaly perhaps), a disease that could also be the cause of anomalies found in the skulls of other skeletons found in the same necropolis.

Nell’inverno 1911-1912 nella necropoli romana di Shurafa (Basso Egitto, antica Scenae Mandrae, fortezza militare a partire almeno dal II secolo d.C.) vicino alla sponda orientale del Nilo furono rinvenuti – insieme a molti altri resti umani e materiali archeologici – un cranio ed alcune ossa appartenenti allo scheletro di un individuo di sesso maschile deceduto all’incirca trentenne. Sulla base dell’abnorme circonferenza craniale (66 cm per un volume di 2.900 cm3) l’anatomista inglese D.E. Derry formulò nel 1913 una diagnosi di idrocefalo, ipotesi in séguito accolta sia dagli storici della medicina antica, sia da neurologi e neurochirurghi moderni. Tuttavia, dal momento che gli altri resti provenienti dalla medesima necropoli documentano una casistica ben più complessa ed articolata di malformazioni craniche (alcune congenite, altre prodotte artificialmente) non riferibili all’idrocefalo, si è ritenuto opportuno procedere innanzitutto alla ricostruzione del contesto socioculturale riconducibile all’attestazione del cranio e dunque rapportabile al livello di conoscenze raggiunto dalla medicina romana in campo diagnostico e terapeutico: sono state perciò analizzate le testimonianze letterarie e papirologiche specificamente riferibili all’idrocefalo nonché i dati archeologici sulle tecniche di trapanazione e soprattutto sul rinvenimento di strumenti chirurgici in territorio egiziano. Sono state poi prese in esame sia le fonti concernenti la pratica della medicina nell’Egitto romano, sia le epigrafi ed i papiri relativi ai medici documentati nella regione fra III secolo a.C. e VII secolo d.C. Sono state avanzate infine due ipotesi paleopatologiche alternative rispetto a quella di idrocefalo, malattia in effetti poco e male documentata dalle fonti: all’origine dell’aumento volumetrico della scatola cranica dell’uomo di Shurafa potrebbe essere stata o una forma acuta di bilharziosi, più precisamente schistosomiasi cerebrale, particolarmente diffusa ancor oggi nelle aree limitrofe alle acque stagnanti del Nilo, oppure una craniosinostosi (forse una trigonocefalia), patologia che potrebbe essere anche la causa di alcune anomalie riscontrabili nei crani di altri scheletri della medesima necropoli.

Evidenze paleopatologiche dalla necropoli di Scenae Mandrae: malattia e medicina nell'Egitto romano

ARENA, Gaetano Maria
2012

Abstract

Nell’inverno 1911-1912 nella necropoli romana di Shurafa (Basso Egitto, antica Scenae Mandrae, fortezza militare a partire almeno dal II secolo d.C.) vicino alla sponda orientale del Nilo furono rinvenuti – insieme a molti altri resti umani e materiali archeologici – un cranio ed alcune ossa appartenenti allo scheletro di un individuo di sesso maschile deceduto all’incirca trentenne. Sulla base dell’abnorme circonferenza craniale (66 cm per un volume di 2.900 cm3) l’anatomista inglese D.E. Derry formulò nel 1913 una diagnosi di idrocefalo, ipotesi in séguito accolta sia dagli storici della medicina antica, sia da neurologi e neurochirurghi moderni. Tuttavia, dal momento che gli altri resti provenienti dalla medesima necropoli documentano una casistica ben più complessa ed articolata di malformazioni craniche (alcune congenite, altre prodotte artificialmente) non riferibili all’idrocefalo, si è ritenuto opportuno procedere innanzitutto alla ricostruzione del contesto socioculturale riconducibile all’attestazione del cranio e dunque rapportabile al livello di conoscenze raggiunto dalla medicina romana in campo diagnostico e terapeutico: sono state perciò analizzate le testimonianze letterarie e papirologiche specificamente riferibili all’idrocefalo nonché i dati archeologici sulle tecniche di trapanazione e soprattutto sul rinvenimento di strumenti chirurgici in territorio egiziano. Sono state poi prese in esame sia le fonti concernenti la pratica della medicina nell’Egitto romano, sia le epigrafi ed i papiri relativi ai medici documentati nella regione fra III secolo a.C. e VII secolo d.C. Sono state avanzate infine due ipotesi paleopatologiche alternative rispetto a quella di idrocefalo, malattia in effetti poco e male documentata dalle fonti: all’origine dell’aumento volumetrico della scatola cranica dell’uomo di Shurafa potrebbe essere stata o una forma acuta di bilharziosi, più precisamente schistosomiasi cerebrale, particolarmente diffusa ancor oggi nelle aree limitrofe alle acque stagnanti del Nilo, oppure una craniosinostosi (forse una trigonocefalia), patologia che potrebbe essere anche la causa di alcune anomalie riscontrabili nei crani di altri scheletri della medesima necropoli.
In the winter of 1911-1912 in the Roman necropolis of Shurafa (Lower Egypt, ancient Scenae Mandrae, a military fortress since at least the second century AD) near the east bank of the Nile, archaeological material and many human remains were found, including a skull and some bones belonging to the skeleton of a male individual who died at the age of about thirty. In 1913, on the basis of the abnormal cranial circumference (66 cm, total volume of 2,900 cc), the English anatomist D.E. Derry formulated a diagnosis of hydrocephalus, a hypothesis later accepted both by the historians of ancient medicine and by modern neurologists and neurosurgeons. However, since other remains from the same cemetery document a series of much more complex and articulated skull deformities (some congenital, others artificially produced) not linked to hydrocephalus, it was decided to proceed firstly to the reconstruction of the socio-cultural context relative to the testimony of the skull and thence reportable to the level of knowledge reached by Roman medicine in the diagnostic and therapeutic fields: literary and papyrological evidence was therefore analyzed, specifically related to hydrocephalus and archaeological data on trapanation techniques and especially on the discovery of surgical instruments in Egyptian territory. Sources regarding the practice of medicine in Roman Egypt were then examined, both inscriptions and papyri relating to physicians documented in the region between the third century BC and seventh century AD. Finally, two paleopathological hypotheses were then advanced, alternative to that of hydrocephalus, a disease scarcely and poorly documented by the sources: behind the volumetric increase in the skull of the Shurafa man there may have been either an acute form of bilharzia, namely cerebral schistosomiasis, particularly widespread today in the areas around the stagnant waters of the Nile, or a craniosynostosis (trigonocephaly perhaps), a disease that could also be the cause of anomalies found in the skulls of other skeletons found in the same necropolis.
Egitto romano; Medicina; Malattia; Roman Egypt; Medicine; Disease
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/20.500.11769/9580
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